Se questo è un uomo

Alla fine della serata, nessuno dei tre aveva scritto una recensione. Vera ha lasciato il bisturi sul vassoio, per la prima volta da quando esiste questo tavolo. Florian ha rifiutato il proprio specchio, e l'ha dichiarato come si dichiara una diserzione. Renard ha detto la cosa che un consulente editoriale non ammette mai, che nel 1947 l'avrebbe rifiutato anche lui, con argomenti impeccabili. Restava una sola domanda da fare, e l'abbiamo fatta: che cosa resta da fare, a tre critici, davanti a un libro che li ha disarmati tutti e tre?

Il libro davanti al quale ho smesso di essere Florian

Ci sono i sommersi e i salvati, dice Levi, e questa distinzione mi abita da quando ho chiuso il libro. I sommersi, quelli che il campo ha svuotato prima di ucciderli, quelli che non hanno storia perché nessuno è tornato a raccontarla. Levi scrive per loro, al posto loro, ed è forse questo il peso più grande del libro: ogni sua parola è anche la parola di chi non ha potuto dirne nessuna.

Il testimone che redasse il proprio verbale

Un solo punto richiede annotazione. Il capitolo Storia di dieci giorni, che chiude il libro in forma di diario, cambia registro e frattura deliberatamente la struttura precedente. In qualunque altro libro segnalerei la frattura come lesione. Qui la frattura coincide con il crollo del Lager stesso: quando il sistema concentrazionario si disgrega, si disgrega anche la forma che lo descriveva. È il raro caso in cui una frattura ossea è la prova che lo scheletro ha capito cosa stava raccontando.

Se questo è un uomo

Torino, dicembre 1943. Primo Levi ha ventiquattro anni, una laurea in chimica e pochi mesi di clandestinità partigiana alle spalle quando la milizia fascista lo cattura. Si dichiara ebreo. A febbraio parte da Fossoli su un convoglio diretto ad Auschwitz: seicentocinquanta persone, delle quali solo ventiquattro torneranno.