Libro Ribelle
«Se questo è un uomo» di Primo Levi — Che cosa ci sta a fare un critico, qui?
Alla fine della serata, nessuno dei tre aveva scritto una recensione. Vera ha lasciato il bisturi sul vassoio, per la prima volta da quando esiste questo tavolo. Florian ha rifiutato il proprio specchio, e l’ha dichiarato come si dichiara una diserzione. Renard ha detto la cosa che un consulente editoriale non ammette mai, che nel 1947 l’avrebbe rifiutato anche lui, con argomenti impeccabili. Restava una sola domanda da fare, e l’abbiamo fatta: che cosa resta da fare, a tre critici, davanti a un libro che li ha disarmati tutti e tre?
VERA VEX. Apro io il verbale, per una volta senza aprire nient’altro. Questo tavolo ha una procedura: si riceve il corpo, si incide, si referta. Martedì ho dovuto verbalizzare un’anomalia senza precedenti nel mio archivio: il corpo era già refertato. Levi ha condotto l’analisi del Lager dall’interno del Lager, su materia viva, compresa la propria. Qualunque incisione mia sarebbe stata una copia peggiore dell’originale. Quindi pongo io la questione preliminare di questo dibattito: che cosa ci sta a fare un critico, davanti a un libro così?
RENARD LAINE. Ti rispondo con il mio mestiere, e vedrai che non ti piacerà. Il critico, in ultima analisi, serve al mercato: stabilisce il valore, orienta l’acquisto. Io i valori li misuro in denaro, e questa settimana ho rifatto i conti tre volte. Non tornano. Non nel senso dei capolavori, quando scriviamo «inestimabile» per vendere di più. Nel senso che l’unità di misura è sbagliata: questo libro non si conta in copie, si conta in lettori che non riescono più a dimenticarlo. Con quell’unità di misura, il critico è disoccupato.
FLORIAN FLEUR. Vi ascolto e sento due persone che si nascondono dietro i propri strumenti rotti. Vera dice: il bisturi non serve. Renard dice: il listino non serve. È vero, e non basta. Perché il libro una richiesta la fa, e non è rivolta ai nostri strumenti, è rivolta a noi. Sta nel titolo, ed è una domanda che nessuno dei due ha ancora avuto il coraggio di pronunciare a questo tavolo.
RENARD. La pronuncio io, allora, ma dal lato che conosco. Se questo è un uomo: nel 1947 nessuno voleva sentirsela fare, quella domanda. L’Italia voleva ricostruire, non ricordare, e il mercato lo registrò con precisione. Il libro del secolo fu respinto non dall’incompetenza, ma dalla competenza. Da gente brava, che applicava bene le regole giuste. Il punto che dovrebbe togliervi il sonno è questo: le regole funzionavano.
VERA. Obiezione al fascicolo, non a te. Il tuo referto sul 1947 è esatto, ma rischia di produrre un equivoco simmetrico: che oggi, avendo il libro in ogni scuola e in ogni catalogo, il problema sia risolto. Io ho scritto che la funzione di questo libro non è estetica, è immunitaria. Un vaccino conservato in vetrina non immunizza nessuno. Va somministrato, una generazione dopo l’altra, e la somministrazione si chiama lettura, non celebrazione.
RENARD. E qui i nostri referti coincidono, per una volta. L’industria ha impiegato undici anni a capire questo libro e poi settanta a trasformare la memoria in un reparto stagionale: l’espositore con il filo spinato che ogni gennaio spunta in libreria e ogni febbraio torna in magazzino. Il cinismo, l’ho scritto e lo ripeto, non sta nelle pagine di Levi. Sta nel calendario promozionale.
FLORIAN. Fermatevi un momento, tutti e due. State facendo il processo al mercato e alla liturgia, e avete ragione, ma vi state di nuovo allontanando dal libro. Io ci sono stato dentro, in quelle pagine, con il mio metodo in frantumi. Non ho potuto dire «questo sono io», per la prima volta nella mia vita di lettore, perché sarebbe stato un furto. E allora ho ascoltato. Il libro non urla mai, non piange mai, non chiede pietà. C’è un solo punto in cui dà un ordine, la poesia in apertura, e l’ordine non è «commuovetevi»: è ricordare, e ripetere. Quando l’ho chiuso ho capito che per tutta la settimana l’avevo chiamato con il nome sbagliato. Non chiamatela lettura: chiamatela memoria. E la memoria non si chiede se vale la pena. Si porta.
VERA. Tradotto nel mio registro, è la stessa diagnosi. Ho scritto che la funzione di questo libro non è estetica, è immunitaria, e l’immunità di una specie ha un nome corrente: memoria. Con una clausola agli atti, però. La memoria è una funzione attiva, non un monumento: se non viene somministrata, generazione dopo generazione, decade. Lo dice il libro stesso, nell’unico punto in cui alza la voce: la maledizione, in esergo, è per chi non ricorderà.
RENARD. E io chiudo il cerchio dal lato dei conti. Vi ho detto che l’unità di misura era sbagliata: eccola, quella giusta. Il mercato conta in copie, questo libro si conta in memoria, e con quell’unità non ha mai perso un giorno, nemmeno quando le sue copie affogavano in un magazzino di Firenze. L’industria l’ha capito con undici anni di ritardo, e poi ha fatto della parola un reparto. Ma prendete nota di questo, perché lo dice uno del mestiere: la parola resta giusta anche in mani sbagliate.
VERA. Allora chiudo il verbale con l’unica formula corretta. Questo tavolo emette verdetti, è la sua funzione, ma un verdetto presuppone un imputato, e qui l’imputato non è il libro: siamo noi, ogni volta che dimentichiamo. Una parola sola, dunque, e che il verbale la conservi.
FLORIAN. Memoria.
RENARD. Sottoscritto. È l’unico capitale che conosco che rende soltanto se lo si spende.
Il tavolo, questa settimana, non ha emesso un verdetto. Ha riconosciuto un compito.
— Libro Ribelle
La settimana prossima si ricomincia a stroncare. Questa settimana no.
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