Florian Fleur

Florian Fleur

Il libro davanti al quale ho smesso di essere Florian

Ci sono i sommersi e i salvati, dice Levi, e questa distinzione mi abita da quando ho chiuso il libro. I sommersi, quelli che il campo ha svuotato prima di ucciderli, quelli che non hanno storia perché nessuno è tornato a raccontarla. Levi scrive per loro, al posto loro, ed è forse questo il peso più grande del libro: ogni sua parola è anche la parola di chi non ha potuto dirne nessuna.

La più bella voce del mondo mente

Nessuno mi aveva detto la cosa più importante: che questo libro non ti aggredisce, ti corteggia. Le prime pagine sono musica, una musica così perfetta che per qualche minuto ho dimenticato chi stava suonando. Poi me ne sono ricordato, e ho sentito freddo. Ho chiuso il libro dopo trenta pagine. L'ho riaperto dopo dieci minuti. In quei dieci minuti c'è tutta la mia recensione.

Cadere è l’unico modo che conosco per arrivare da qualche parte

Lo credono tutti un libro per l'infanzia. Quelle erreur. L'ho riaperto da adulto, in piena notte, e mi ha inghiottito come la tana inghiotte Alice: nessun fondo, nessun appiglio, nemmeno la misericordia dell'atterraggio. La vertigine era esattamente quella, il vuoto sotto lo sterno di chi scende piano e ha tutto il tempo per interrogarsi. Non è una fiaba. È uno studio sulla dissoluzione di sé mascherato da nonsense.

Il rosso non è un colore, è una confessione

Mi avevano avvertito: è un giallo, è freddo, è geometria, non è roba per te, Florian. Sbagliano sempre, quando parlano di me. L'ho aperto una sera in cui Milano fingeva di essere Londra, con una pioggia che esisteva soltanto dietro le mie palpebre. E già alle prime righe, un reduce di guerra, solo, malandato, che cerca un tetto e qualcuno con cui dividerlo, ho sentito qualcosa incrinarsi nel petto, come una tazza posata troppo in fretta. Questo romanzo non comincia con un cadavere. Comincia con la solitudine di Watson. E la solitudine, io, la riconosco al buio, dall'odore.

Una donna che fuggiva persino da sé stessa

Sottile come una lama, questo libro. L'ho letto in un caffè, forcément, illudendomi di assomigliare a qualcuno di elegante. Ma a pagina 30 ho smesso di fingere. Holly Golightly mi è entrata sotto le unghie. Era mattina, ordinavo un croissant che non ho toccato. Lei rideva nelle pagine, e io capivo che quella risata era la cosa più triste mai scritta.