Libro Ribelle
Come rifiutare il libro del secolo (con ottime ragioni)
Il colpo di scena
My love, oggi non ti racconto un successo editoriale. Ti racconto il più grande errore professionale nella storia dell’editoria italiana, e ti avverto subito della parte peggiore: fu commesso con ragionamenti impeccabili. Torino, 1947. Un chimico ventottenne, tornato da Auschwitz da meno di due anni, porta un manoscritto alla casa editrice più prestigiosa del paese. Einaudi dice no. Non una volta: due, perché nel 1952 il manoscritto torna a bussare e la porta resta chiusa. Il libro esce quindi con De Silva, un piccolo editore torinese, in duemilacinquecento copie. Ne vende millecinquecento. Le rimanenti finiscono in un deposito a Firenze, dove nel 1966 l’alluvione se le porta via. Rileggi questa frase, darling: le copie invendute del libro più importante del Novecento italiano sono annegate in un magazzino. Io di magazzini pieni di invenduto ne so qualcosa, ci sono cresciuto in mezzo, e ti garantisco che nessuno scatolone ha mai pesato quanto quelli.
Il meccanismo
Di solito, in questa sezione, ti mostro il trucco. Il problema, baby, è che qui il trucco non c’è, e la sua assenza è esattamente il motivo del disastro commerciale. Levi non tira nessuna leva. Niente aggettivi al lavoro, niente ricatto sentimentale, niente climax confezionato per farti piangere al minuto giusto. Scrive da chimico: osserva, misura, riferisce. Il titolo non ti vende una risposta, ti consegna una domanda e ti lascia da solo con lei. Dal punto di vista del posizionamento, nel 1947, era un suicidio: l’Italia voleva ricostruire, non ricordare. Il target emotivo di questo libro semplicemente non esisteva ancora, la domanda era zero, e un prodotto perfetto senza domanda, secondo ogni regola che ho imparato in dodici anni di mestiere, si rifiuta. Poi arriva il 1958. Einaudi, la stessa Einaudi, lo ripubblica in edizione rivista, il libro entra nelle scuole, viene tradotto in più di quaranta lingue, diventa il testo che oggi nessun catalogo può permettersi di non avere. Il prodotto non era cambiato. Era cambiato il mercato. Certi libri, mi hanno insegnato da bambino, vengono scritti una seconda volta dal tempo. Questo il tempo l’ha riscritto tutto, e all’editoria è rimasto solo il conto della propria miopia.
I personaggi come asset
Fermi tutti. Questa è la sezione in cui di solito mi diverto, e questa volta il giocattolo non lo smonto. Le persone di questo libro hanno un numero tatuato sul braccio, e io i numeri li tratto con rispetto solo quando sono fatturati, ma perfino io conosco la differenza tra un segmento di mercato e un essere umano ridotto a matricola. Quindi cambiamo bersaglio, che di asset da analizzare ce n’è comunque uno, ed è quello che l’industria ha costruito dopo. La testimonianza come categoria di scaffale. La copertina con il filo spinato, replicata in serie come un logo. L’espositore che ogni gennaio spunta in libreria, puntuale come una scadenza fiscale, e ogni febbraio torna in magazzino. Il mercato ha impiegato undici anni a capire questo libro e poi settanta a trasformare la memoria in un reparto stagionale. Se cerchi il cinismo, my love, non frugare nelle pagine di Levi. Guarda il calendario promozionale.
Cosa avrei fatto io
Adesso ti aspetti che io ti dica come l’avrei lanciato, quale copertina, quale fascetta, quale passaggio radiofonico. E invece ti dico la cosa che nessun consulente ti dirà mai: nel 1947, seduto a quella scrivania, l’avrei rifiutato anch’io. Avrei scritto una lettera cortese e professionale, con argomenti solidi, il mercato non è pronto, il pubblico chiede altro, il momento è sbagliato. Ho rifatto quei conti stanotte, per scrupolo. Tornano tutti. Tornano ancora. È questo che dovrebbe toglierti il sonno: il libro del secolo è stato respinto non dall’incompetenza, ma dalla competenza. Da gente brava, che applicava bene le regole giuste. Gente come me. L’ho riletto per scriverne, pensavo di metterci una sera e di riempire i margini di appunti come faccio sempre. L’ho finito all’alba e i margini sono rimasti bianchi. Non ho trovato niente da correggere e, per la prima volta da anni, niente da prezzare. Non so dirti quanto vale questo libro. So solo dirti quanto è costato, e non parlo del budget.
LA VERITÀ SCOMODA
L’editoria misura i libri in copie, e per undici anni questo libro ha avuto numeri da fallimento. Poi ho capito, rileggendolo, dove stava l’errore di unità di misura. Questo libro non si conta in copie vendute. Si conta in lettori che non riescono più a dimenticarlo, e con quell’unità di misura non ha mai perso un giorno, nemmeno quando le sue copie affogavano a Firenze. L’industria è sopravvissuta benissimo per undici anni senza Se questo è un uomo. Il contrario non è vero, e lo dico da uomo che campa smontando meccanismi: non era il libro ad avere bisogno del mercato. Eravamo noi ad avere bisogno del libro. Noi tutti. Anche quelli che, come me, fingono da vent’anni di leggere solo bilanci.
Renard Laine
Il mercato ha sempre ragione. Tranne una volta, nel 1947.
E da allora finge che non sia successo.
