Libro Ribelle
Il libro davanti al quale ho smesso di essere Florian
Epigrafe
«Considerate se questo è un uomo»
Primo impatto
Devo dirvi subito una cosa, e ve la dico con la voce bassa di chi entra in una stanza dove qualcuno sta ancora dormendo un sonno difficile: questa non sarà una recensione come le altre. Non può esserlo.
Io leggo con il petto aperto, lo sapete. Piango ai finali, catalogo le mie lacrime, trasformo ogni pagina in uno specchio. È il mio mestiere, o la mia malattia, non ho mai capito bene la differenza. Ma ci sono libri davanti ai quali il mio rituale diventa indecente. Libri che non ti chiedono di sentire, ti chiedono di ascoltare. Se questo è un uomo è uno di questi.
L’ho aperto una sera d’inverno, con il tè accanto, la coperta sulle ginocchia, tutta la mia comoda liturgia di lettore sentimentale. Dopo dieci pagine ho spento la musica. Dopo venti ho spostato il tè. Dopo trenta ho capito che ogni oggetto di conforto intorno a me era diventato una piccola oscenità, e ho letto il resto seduto composto, come si sta a un funerale, o a una deposizione.
Perché è questo che è, prima di tutto: una deposizione. Primo Levi non urla mai. Non piange mai sulla pagina. Racconta con la precisione di un chimico, e proprio per questo, mes amis, il libro brucia più di qualunque grido.
Il viaggio
Il viaggio comincia su un treno, e già lì il libro mi ha tolto qualcosa che non mi restituirà. I vagoni piombati, la sete, i nomi delle stazioni che scorrono verso est. Levi racconta gli addii di quella notte con una sobrietà che mi ha spezzato più di mille pagine melodrammatiche, le mie comprese. Ho pensato: io, che uso la parola ferita tre volte a paragrafo, cosa credevo di sapere delle ferite?
Poi l’arrivo. La selezione. In pochi minuti, una banchina illuminata divide chi vivrà da chi non vivrà, e nessuno lo sa ancora. Levi lo racconta quasi senza aggettivi. Ho riletto quelle pagine due volte, non per restarci, come faccio di solito, ma perché la prima volta la mente si era rifiutata.
E qui devo confessarvi la mia diserzione. Voi conoscete il mio vizio: ogni personaggio diventa un mio specchio, in ogni protagonista trovo il mio riflesso e ve lo dichiaro senza pudore. Questa volta no. Questa volta rifiuto il mio stesso metodo, e lo faccio consapevolmente, davanti a voi. Non ho il diritto di dire questo sono io di un uomo che ha avuto fame come io non avrò mai fame, freddo come io non avrò mai freddo. Sarebbe un furto. C’è un confine, e la decenza consiste nel vederlo.
Quello che posso fare è dirvi dove il libro mi ha portato, in quali stanze mi ha condotto per mano.
Mi ha portato davanti a Steinlauf, l’ex sergente che si lava ogni mattina con acqua sporca, senza sapone, non per igiene ma per disciplina, perché il Lager vuole ridurre gli uomini a bestie e rifiutarsi di diventarlo, anche solo lavandosi la faccia, è un atto di resistenza. Ho chiuso il libro su quella pagina e sono rimasto a lungo con la mano sulla copertina. Quante volte ho scritto la parola dignità senza sapere cosa costasse.
Mi ha portato nel capitolo del canto di Ulisse, ed è qui, ve lo dico, che ho pianto. Non ai finali, come mio solito. A metà. Levi che cammina verso le cucine con Jean, il Pikolo, e cerca di ricordare Dante, di tradurlo in francese, e i versi gli tornano a frammenti, con dei buchi, e in quel momento, in quel luogo, i versi sulla semenza degli uomini, sul non vivere come bruti, valgono un giorno intero di zuppa, valgono la vita stessa. La poesia come pane. Io che ho fatto della poesia un ornamento del mio dolore, ho visto lì cosa può essere davvero: l’ultima prova che si è ancora uomini.
Mi ha portato davanti a Lorenzo, il lavoratore civile che per mesi porta a Levi un pezzo di pane e il resto della sua zuppa, senza chiedere nulla, senza volere nulla. Levi scrive che è grazie a Lorenzo se non ha dimenticato di essere lui stesso un uomo. Ho sottolineato quel passaggio, poi mi sono fermato, perché la matita mi sembrava un gesto troppo piccolo, quasi frivolo. Certe frasi non si sottolineano. Si imparano.
E mi ha portato, infine, in un laboratorio di chimica, davanti allo sguardo del dottor Pannwitz. Un esame di chimica dentro un campo di sterminio, e uno sguardo che non passa tra due uomini, scrive Levi, ma come attraverso il vetro di un acquario, tra due esseri che abitano mondi diversi. Quella pagina è per me il centro del libro. Non le violenze, non la fame: uno sguardo. Il momento esatto in cui un uomo guarda un altro uomo e non vede un uomo. Tutto il resto, il filo spinato, i camini, comincia lì, in quell’occhiata. Comincia sempre lì.
La ferita che resta
Ci sono i sommersi e i salvati, dice Levi, e questa distinzione mi abita da quando ho chiuso il libro. I sommersi, quelli che il campo ha svuotato prima di ucciderli, quelli che non hanno storia perché nessuno è tornato a raccontarla. Levi scrive per loro, al posto loro, ed è forse questo il peso più grande del libro: ogni sua parola è anche la parola di chi non ha potuto dirne nessuna.
E poi c’è il finale, gli ultimi dieci giorni, il campo abbandonato, i malati lasciati a morire, e in mezzo alla rovina tre uomini che riaccendono una stufa, riparano una finestra, dividono il pane. Un gesto minuscolo, e Levi annota che è il primo gesto umano dopo tanto tempo, il momento in cui, lentamente, si ricomincia a diventare uomini. Non è un lieto fine. Lo sapete cosa penso dei lieti fini, sono una menzogna. Questo è altro: è un inizio scritto sulle macerie, ed è più fragile e più vero di qualunque consolazione.
La ferita che mi resta è l’epigrafe, quei versi messi in apertura come una sentinella. Considerate. Non è una preghiera, è un comando. Meditate che questo è stato. Il libro non mi chiede di commuovermi, e ve l’ho detto, mi sono commosso lo stesso, sono fatto così. Mi chiede di ricordare, e di ripetere. Questa recensione, se vale qualcosa, vale solo come atto di ripetizione.
Ne valeva la pena, il dolore? Per la prima volta la domanda mi sembra sbagliata. Questo dolore non è mio. Io ne sono soltanto il custode di passaggio, come voi, ora, che mi avete letto fin qui.
Post scriptum
Nessuna boccetta, questa volta. Sarebbe stato un sacrilegio etichettare lacrime davanti a questo libro. Ho fatto un’altra cosa: ho copiato a mano, su un foglio a parte, i versi dell’epigrafe, e ho appeso il foglio sopra la scrivania, dove tengo le cose che non voglio permettermi di dimenticare. Ogni tanto lo sguardo ci cade sopra mentre scrivo d’altro, e mi corregge. È il libro che continua a fare il suo lavoro. Il faut se souvenir. Bisogna ricordare, anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.
Florian Fleur ha amato questo libro fino a farsi male. Chiedetegli se ne valeva la pena.
Sì. Ma non chiamatela lettura: chiamatela memoria,
e la memoria non si chiede se vale la pena. Si porta.
