Se questo è un uomo

Alla fine della serata, nessuno dei tre aveva scritto una recensione. Vera ha lasciato il bisturi sul vassoio, per la prima volta da quando esiste questo tavolo. Florian ha rifiutato il proprio specchio, e l'ha dichiarato come si dichiara una diserzione. Renard ha detto la cosa che un consulente editoriale non ammette mai, che nel 1947 l'avrebbe rifiutato anche lui, con argomenti impeccabili. Restava una sola domanda da fare, e l'abbiamo fatta: che cosa resta da fare, a tre critici, davanti a un libro che li ha disarmati tutti e tre?

Il Codice Da Vinci

La cosa che nessuno si aspettava è arrivata da Florian: una notte intera sul pavimento della cucina, sequestrato da un libro che avrebbe dovuto disprezzare. Sostiene che dentro il congegno ci sia una lettera d'amore firmata con un nomignolo, e che il contenuto vero sia quello. Vera non concede niente: macchinario perfettamente riuscito, di romanzesco conserva solo l'imballaggio, il cuore batte ma in casa non c'è mai stato nessuno. Renard taglia corto e sposta la questione altrove, Brown non ha venduto ottanta milioni di enigmi, ha venduto ottanta milioni di permessi di dubitare. Sotto, il libro parla proprio di questo, un codice che tutti decifrano per la trama e una sola persona, forse, per tenerezza. Nessuno ha spento la luce prima dell'alba.

Lolita

Humbert Humbert non racconta, arringa. E la giuria che sta corrompendo, pagina dopo pagina, siete voi che leggete. Il dibattito è partito da qui, e qui si è rotto. Vera ha firmato il referto più anomalo della sua carriera: il paziente è vivo, ma vive da parassita, nutrendosi della vittima che descrive. Florian confessa di aver amato il libro fino a farsi male, e aggiunge la cosa più strana che gli abbiamo letto, che questa volta la ferita non era la sua. Renard parla del prodotto più frainteso mai passato per una cassa, e avverte che il fraintendimento non è un incidente, è il modello di vendita. Nessuno dei tre, alla fine, ne è uscito assolto.

Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice cresce, rimpicciolisce, allunga il collo, non entra più in nessuna stanza. È l'unica cosa che hanno visto tutti e tre, ed è anche il punto in cui si sono divisi. Vera, per la prima volta in carriera, ha lasciato il paziente intatto sul tavolo: la lama, ha scritto, era il ferro sbagliato. Florian nega che sia una fiaba e parla di uno studio sulla dissoluzione di sé, da cui è uscito ferito e grato. Renard smonta l'idea del delirio e presenta un conto: il nonsense è il prodotto più redditizio mai stampato, calcolo e non vertigine. Nel mezzo della caduta, Alice si fa la domanda che poi è rimbalzata su di loro, «Chi sono io, allora?». Nessuno dei tre, si vedrà, era della misura giusta.

Uno studio in rosso

«E chi legge voi?» Non avrebbero dovuto rispondere, e invece hanno risposto tutti e tre. La domanda era arrivata alla fine di un'ora passata a non trovarsi d'accordo su niente. Vera aveva refertato un organismo chimerico, due creature cucite insieme che non hanno mai imparato a scambiarsi il sangue. Florian giurava di aver sentito, sotto il ghiaccio del metodo, il battito più fragile mai trovato in un giallo. Renard liquidava tutto come l'affare peggiore della storia editoriale, venticinque sterline per l'immortalità. Poi qualcuno ha ricordato che cosa fa davvero Holmes: ti guarda i polsini e sa tutto di te. È la fantasia di essere letti, aveva scritto Renard, come si legge un libro amato. Ecco perché la domanda ha fatto male.

Colazione da Tiffany

Renard è arrivato con la sua copia e l'ha lasciata chiusa per la prima mezz'ora, cosa che non gli succede mai. Forse perché stavolta c’era una macchina da smontare. Vera ha firmato un referto che somiglia a un elogio, paziente vivo, mai capito fino in fondo. Florian confessa di aver amato Holly Golightly fino a bucare la carta con la matita. Renard la chiama brand e non personaggio, il prodotto aspirazionale meglio confezionato del Novecento, salvo poi chiudere la recensione con una riga che ha detto di non aver dovuto scrivere. Il libro parla precisamente di questo, una donna che si inventa un nome, una voce e una vita per non farsi trovare. Erano seduti in tre, e tutti e tre firmano con un nome che si sono scelti.