Libro Ribelle
Il testimone che redasse il proprio verbale
Autopsia narrativa
Diagnosi preliminare. Devo dichiarare un conflitto di metodo, ed è la prima volta che accade su questo tavolo.
Il mio protocollo prevede di trattare ogni libro come un corpo da aprire. Questo libro non si può aprire, perché è già aperto: è esso stesso un referto, redatto da un chimico che ha condotto l’analisi dall’interno del campione. Levi non ha scritto un romanzo sul Lager. Ha scritto il verbale di un esperimento, condotto da altri, su di lui, e ha avuto la freddezza intollerabile di annotare i risultati. Io taglio i libri per scoprire cosa nascondono. Questo non nasconde niente. Dichiara tutto, con la calma di chi sa che l’enfasi sarebbe una falsificazione dei dati.
Procedo comunque con il protocollo, per rigore, non per necessità. Diagnosi provvisoria: il paziente non solo è vivo. È uno dei pochi organismi della letteratura del Novecento che non ha bisogno del mio bisturi per dimostrare di funzionare.
L’esame confermerà. Lo so già, e lo scrivo lo stesso, perché anche le certezze vanno verbalizzate.
Analisi dei sistemi
Scheletro narrativo. La struttura è quella di una discesa documentata per stadi: l’arresto, il viaggio, l’ingresso, e poi il capitolo che porta il nome esatto della sua funzione anatomica, Sul fondo. Non c’è trama nel senso romanzesco, non c’è arco, non c’è climax costruito, e chiunque cerchi qui un difetto strutturale ha sbagliato tavolo: l’assenza di intreccio non è osteoporosi, è la scelta di uno scheletro diverso, quello del rapporto clinico. I capitoli sono organi autonomi, ciascuno con una funzione precisa, Le nostre notti, Il lavoro, Una buona giornata, e l’insieme regge non per concatenazione causale ma per accumulo sistematico, come regge un atlante anatomico.
Un solo punto richiede annotazione. Il capitolo Storia di dieci giorni, che chiude il libro in forma di diario, cambia registro e frattura deliberatamente la struttura precedente. In qualunque altro libro segnalerei la frattura come lesione. Qui la frattura coincide con il crollo del Lager stesso: quando il sistema concentrazionario si disgrega, si disgrega anche la forma che lo descriveva. È il raro caso in cui una frattura ossea è la prova che lo scheletro ha capito cosa stava raccontando.
Reperti: il capitolo Sul fondo per la definizione del meccanismo di demolizione dell’uomo; il capitolo Ottobre 1944 per la selezione, dove la struttura a verbale raggiunge la sua funzione più atroce. Le pagine variano secondo l’edizione, la mia di riferimento è l’Einaudi; indico i capitoli perché sono l’unità di misura stabile di questo corpo.
Superficie epiteliale. Qui devo firmare un riconoscimento pieno, e chi mi legge sa quanto raramente accada.
La prosa di Levi è l’epidermide più sana che abbia mai esaminato: nessun edema retorico, nessuna cheratosi lirica, nessuna infiammazione aggettivale. È la scrittura di un chimico che pesa ogni sostanza prima di usarla. Ho sostenuto in altra sede che vorrei che i romanzieri leggessero un referto autoptico prima di scrivere, per imparare cos’è una frase necessaria. Ritiro la prescrizione: leggano questo. Ogni frase porta un carico esatto e nessuna porta un grammo in più.
Due reperti epidermici. Il primo è la poesia in esergo, Shemà, dove il tono cambia una sola volta in tutto il libro e diventa imperativo, quasi giuridico: è l’unico punto in cui l’autore alza la voce, e la alza per comminare una maledizione a chi non ricorderà. Il secondo è il capitolo Il canto di Ulisse, dove Levi tenta di ricostruire Dante a memoria per un compagno, e la lingua, per poche pagine, si riapre come tessuto che ricorda di essere stato vivo. Il momento in cui dimentica i versi e non riesce a recuperarli è, tecnicamente, la lesione più dolorosa del libro, e Levi la registra senza anestesia, per sé e per noi.
Patologia emotiva. Il quadro clinico dei personaggi è un caso unico nella mia pratica: qui la patologia non è un difetto di costruzione dell’autore, è l’oggetto stesso dello studio. Il Lager è descritto come una macchina per produrre la necrosi dell’umano, e Levi ne cataloga gli stadi con precisione tassonomica.
Il capitolo I sommersi e i salvati è, letteralmente, una classificazione patologica: i sommersi, i Muselmänner, sono descritti come organismi in cui la persona si è già spenta prima del corpo, e la definizione di Levi, la loro morte che comincia prima della morte, è tra le diagnosi più esatte mai scritte in lingua italiana. I salvati, e qui sta la ferocia del referto, non sopravvivono per virtù: sopravvivono per adattamento, astuzia, fortuna, a volte per abdicazione morale. Levi rifiuta di assolvere e rifiuta di condannare. Osserva. È la stessa disciplina che pratico io, esercitata però su materia vivente e sulla propria carne, il che la rende incomparabilmente più costosa.
Nota sul soggetto osservante: il narratore non si concede mai il ruolo di eroe né quello di martire. Si registra come campione tra i campioni. Questa assenza di autocompiacimento è così rara che, in trent’anni di letture, la segnalo come anomalia statistica.
Meccanica temporale. Il ritmo è quello di un elettrocardiogramma sotto sedazione forzata: battito lento, regolare, mantenuto tale con uno sforzo che si percepisce a ogni pagina. Il tempo del Lager, come Levi stesso documenta, non scorre, si ripete: le giornate sono cicli identici, e la prosa riproduce il ciclo senza mai diventare essa stessa monotona, che è un equilibrio tecnicamente quasi impossibile.
Le accelerazioni sono poche, chirurgiche, e coincidono con le irruzioni del pericolo: la selezione di Ottobre 1944, dove il tempo si comprime in minuti contati, e l’esame di chimica, dove un colloquio di pochi istanti decide una sopravvivenza. Le dilatazioni coincidono con la fame e con l’inverno, ed è corretto che sia così: la fame dilata il tempo, chiunque abbia studiato fisiologia lo sa, e Levi lo sapeva per esperimento diretto.
Il diario finale introduce l’unica aritmia del libro: il tempo torna a scorrere giorno per giorno, data per data, perché la storia, semplicemente, ricomincia a esistere. Un’aritmia che segnala il ritorno alla vita: in cardiologia sarebbe un paradosso. Qui è la conclusione esatta.
Verdetto finale
Il quadro clinico è privo di lesioni imputabili all’autore: struttura a verbale coerente con la materia, prosa di esattezza chimica, catalogazione dell’umano condotta senza un solo cedimento retorico, ritmo che riproduce il tempo concentrazionario senza replicarne l’effetto anestetico. Non provo gioia nel firmare questo referto, provo il sollievo che riservo ai rarissimi pazienti sani, e qualcosa in più che non ha posto in un documento clinico. Questo libro non va dissezionato: va tenuto in osservazione permanente, una generazione dopo l’altra, perché la sua funzione non è estetica, è immunitaria. Il paziente vive, e il suo compito è impedire che si muoia di nuovo così.
Vera Vex ha esaminato questo libro. Per la prima volta il bisturi è rimasto sul vassoio: il referto era già stato scritto, dall'interno, da un collega più esatto di me. Le prove sono nei capitoli, a disposizione di chiunque abbia il coraggio di leggerle. Rimane sul tavolo una sola domanda, quella del titolo, e non è di mia competenza chiuderla: è di vostra competenza tenerla aperta.
