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Tre recensioni scritte separatamente, e in tutte e tre compare la stessa frase con parole diverse: il mostro non è il pagliaccio, è che da adulti dimentichiamo. Poi l'accordo finisce. Vera certifica un colosso vivo e lo condanna per tre pagine, l'incisione nelle fogne che dice di non poter perdonare mai. Florian ne è uscito con un bambino che credeva di aver perduto. Renard sostiene che King non ha scritto Derry, l'ha fondata, come si fonda una contea che incassa per generazioni. Restava da capire come mai, arrivati alla stessa conclusione, non riuscissero a starci dentro insieme. Hanno litigato fino a tardi.

Come trasformare l’infanzia in un franchise

My love, credi che King abbia scritto un libro su un clown. No. King ha scritto millecento pagine sull'unica cosa che il mercato compra senza mai stancarsi: la nostalgia con i denti. Pennywise è l'esca, certo — ma il prodotto vero sei tu a undici anni, tu prima che la vita ti spennasse. King non ti vende la paura, darling. Ti vende il ricordo di quando avere paura era ancora un'avventura tra amici. Quel pagliaccio è solo il packaging.

Ciò che galleggia non muore mai

Mille pagine. Le ho strette al petto come si stringe qualcuno che sta per partire. Era estate, faceva caldo, e io tremavo. Il libro mi ha preso subito — non con la paura, ma con la barchetta di carta di Georgie che scivola nel tombino. Lì ho capito: questo non è un romanzo dell'orrore. È un romanzo sull'infanzia che muore, e tutti noi siamo Georgie.

Il colosso e l’incisione che non perdono

Milleduecento pagine. Un corpo gigantesco, obeso di talento, con un'occlusione fatale verso la fine. King ha partorito un organismo dotato di muscolatura formidabile e di un singolo gesto, in chiusura, che andrebbe asportato senza anestesia. Si muore raramente di ipertrofia. Qui ci si è andati vicino.

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Copertina di It di Stephen King

C'è una città, nel Maine, che si chiama Derry. A guardarla dall'esterno è un luogo come tanti: strade ordinate, case con il portico, un canale che attraversa il centro. Ma sotto le fondamenta scorre qualcosa di antico, e ogni ventisette anni quel qualcosa torna a galla per nutrirsi di ciò che la città sa fare meglio: dimenticare.