«It» di Stephen King — Il vero mostro è il pagliaccio, o l’adulto che dimentica?

Tre recensioni scritte separatamente, e in tutte e tre compare la stessa frase con parole diverse: il mostro non è il pagliaccio, è che da adulti dimentichiamo. Poi l’accordo finisce. Vera certifica un colosso vivo e lo condanna per tre pagine, l’incisione nelle fogne che dice di non poter perdonare mai. Florian ne è uscito con un bambino che credeva di aver perduto. Renard sostiene che King non ha scritto Derry, l’ha fondata, come si fonda una contea che incassa per generazioni. Restava da capire come mai, arrivati alla stessa conclusione, non riuscissero a starci dentro insieme. Hanno litigato fino a tardi.


Cominciamo dal disaccordo più radicale: cos’è, questo libro? Un corpo vivo, un cadavere, o nessuna delle due cose?

VERA. Un colosso vivo. Muscolatura formidabile, milleduecento pagine di tessuto che respira — e un’occlusione fatale in chiusura. La doppia ossatura, 1958 e 1985, è una vertebra sopra l’altra, e per quasi tutto il decorso regge il peso. Poi pagina 1130. La scena nelle fogne. Un’incisione che nessuna giustificazione tematica ricompone. Il corpo respira. Ha solo smesso di farlo per tre pagine. (pausa) Quelle tre pagine bastano. È l’unico punto del referto su cui mi concedo un sorriso, e non è un bel sorriso.

FLORIAN. E io quelle stesse pagine le ho strette al petto come si stringe qualcuno che sta per partire. Faceva caldo, era estate, e tremavo. Vera, non mi ha preso con la paura. Mi ha preso con una barchetta di carta che scivola in un tombino, a pagina ventuno. Lì ho capito che non era un romanzo dell’orrore. Era un romanzo sull’infanzia che muore. E Georgie siamo tutti.

RENARD. (ssi appoggia allo schienale, le mani dietro la nuca) Teneri. Litigate se il corpo è vivo o morto e nessuno dei due si accorge che non è un corpo. È un franchise, darling. King non ha scritto un romanzo: ha fondato una contea. Derry è l’unico personaggio che non muore mai, e quindi l’unico che puoi vendere all’infinito. Il pagliaccio è il prodotto stagionale: lo riassortisci ogni generazione con un volto nuovo. Voi state facendo l’autopsia a un atto costitutivo.

VERA. Un atto costitutivo non ha sette anamnesi che non si sovrappongono.

RENARD. No. Ha qualcosa di più redditizio. Ci arrivo.


Arriviamoci dopo. Prima una cosa che mi ha colpito: separati, nelle tre recensioni, avete scritto la stessa identica frase. Che il vero mostro non è Pennywise. È che da adulti dimentichiamo. Florian, è la tua ferita. Renard, è la tua “verità scomoda”. Vera, tu non l’hai scritto. Perché?

FLORIAN. Perché è insopportabile, ecco perché. Il finale in cui i ricordi svaniscono come neve sul palmo — loro dimenticano persino di essersi amati. Non il mostro mi ha distrutto. Questo. Vale la pena vincere il proprio orrore, se il prezzo è dimenticare chi eravamo quando l’abbiamo affrontato insieme? Non ho una risposta. Ho solo un brivido che non passa.

RENARD. Stessa scena, lettura opposta. Dimenticano quando attraversano i confini della città — e non è magia, baby. È sopravvivenza. Da adulti si dimentica per restare in piedi. King lo sa, e ti fa pagare il biglietto per venirtelo a ricordare. È il trucco più antico del mestiere: vendere alla gente la nostalgia di sé stessa. La nostalgia con i denti.

VERA. Non l’ho scritto perché non è una patologia. È fisiologia. (pausa) Dimenticare non è la malattia del libro. È l’unica funzione del libro che lavora alla perfezione. Io passo le giornate con soggetti che non possono più dimenticare niente — il morto trattiene tutto, è questo che lo rende onesto. King ha scritto l’esatto contrario del mio mestiere: un organismo la cui salute dipende dall’amnesia. L’ho annotato a freddo. Poi ho chiuso il libro e mi sono accorta che non ricordavo il nome del balbuziente. (pausa) Mi ha fatto effetto. Questo non lo metto a referto.

FLORIAN. Bill. Si chiama Bill. E l’hai dimenticato perché il libro ha fatto a te quello che fa a tutti, Vera. Anche a te.


Restiamo sui personaggi, perché qui siete tre contro tre. Beverly. Vera la chiama “necrosi parziale”. Renard la chiama “asset”. Florian si è vergognato di amarla. Chi ha ragione?

VERA. Costruita con cura nell’infanzia, viva, vitale — e poi ridotta, in più punti, a funzione dello sguardo maschile. Necrosi parziale di un personaggio altrimenti sano. È il taglio che nel referto ho fatto con più fretta. (pausa) Con rabbia, se devo essere esatta. E la rabbia, nel mio mestiere, è un errore: significa che ho riconosciuto qualcosa invece di misurarlo. Una bambina costruita intera e poi usata come specchio per gli altri. (si ferma) Lì ho tagliato male. Lo dico una volta sola.

FLORIAN. Vera. È la prima volta che ti sento dire “ho tagliato male”.

VERA. È anche l’ultima. Vai avanti.

RENARD. Io la chiamo asset perché lo è, e dirlo non vuol dire non vederla. Il Club dei Perdenti è un portafoglio diversificato perfetto: il grasso, il balbuziente, l’ebreo, la ragazza, il nero. Ognuno copre un segmento, ognuno garantisce un’identificazione. È asset allocation emotiva, e Beverly è la quota “ragazza”. (pausa) Che poi quella quota sia stata gestita male — su questo do ragione a Vera. Per una volta. Non ci faccia l’abitudine.

FLORIAN. Io di lei mi sono vergognato di amarla. E poi mi sono vergognato della vergogna. Voi due la pesate. Io ci sono caduto dentro. È la differenza tra noi: a voi un personaggio costa un giudizio, a me costa una notte.


Renard, nella tua recensione c’è una riga che stona con tutto il resto. “L’ho riletta tre volte. Non per lavoro. Per qualcosa che non nomino.” La scena degli adulti che dimenticano. Cos’è successo lì?

RENARD. Refuso emotivo. Si corregge.

VERA. No. Tu non hai refusi. Ti ho visto leggere una quarta di copertina come un referto finanziario. Uno che smonta la macchina prima del libro non rilegge tre volte “per qualcosa che non nomina”. L’hai nominata, e poi hai cancellato il nome.

RENARD. (silenzio più lungo del previsto) Un cortile. Una pila di scatoloni di libri invenduti. Un’età in cui i libri erano ancora oggetti di cui fidarsi, prima che imparassi cosa costa fabbricarli. (pausa) Sono cresciuto lì, tra quegli scatoloni. King mi ha rispedito in quel cortile per mezza pagina, e nessuno gliel’aveva chiesto. La scena degli adulti che dimenticano l’ho riletta tre volte perché per tre volte ho dimenticato di prendere appunti. (si stringe nelle spalle) Poi ho ripreso la penna. È quello che faccio.

FLORIAN. Ecco. È caduta la maschera. Per tre riletture sei tornato bambino anche tu, Renard. E hai pianto come noi — solo che lo chiami “refuso”.

RENARD. Lo chiamo refuso perché è più economico. Mettiamolo a verbale e andiamo avanti.


Allora la domanda che il libro fa a tutti e tre. Crescere significa perdere la capacità di credere ai propri mostri? E se è così — voi tre, ci credete ancora?

FLORIAN. Io non ho mai smesso. È il mio difetto e la mia sola virtù. A vent’anni piegavo barchette di carta; oggi ne ho piegata una con la pagina ventuno fotocopiata, e la tengo sul davanzale. Quando piove, la guardo e aspetto che galleggi. (pausa) Senza mostri, mon ami, non c’è più nemmeno magia. I miei me li tengo. Mi fanno compagnia.

VERA. Io i mostri li apro e ci scrivo sopra il nome scientifico. È il mio modo di crederci. (pausa) Ma stasera ho dimenticato Bill per dieci secondi, e per dieci secondi sono stata esattamente l’adulto del finale: salva, efficiente, vuota. Non mi è piaciuto. Il libro mi ha chiesto se sotto il camice c’è ancora qualcuno che ha paura del buio. (pausa) Non rispondo. Dico solo che quando Florian ha tirato fuori la sua barchetta, non l’ho derisa. L’ho guardata anch’io.

RENARD. Vi rendete conto di cosa abbiamo appena fatto. Un’ora a litigare se King abbia scritto un romanzo o un franchise — e tre adulti che fabbricano giudizi di mestiere si sono scoperti, ognuno per mezza pagina, ancora capaci di galleggiare. (sorride) Il vecchio sapeva vendere. Ci ha rivenduto la nostra stessa infanzia a peso, e l’abbiamo comprata tutti e tre. Io, che il trucco lo conosco, l’ho comprata per primo. Lo dico come l’accusa più grave che conosca.


IL VERDETTO

VERA. Colosso vivo, condannato da tre pagine indifendibili e da una stazza che mette alla prova il fegato di chi ausculta. Sul tavolo resta una città intera ricostruita pori compresi, e un’incisione a pagina 1130 che continuerò a non perdonare. (pausa) Postilla al referto: il paziente respira. Anche dopo che ho chiuso.

FLORIAN. Mille pagine strette al petto, e in cambio il bambino che avevo dimenticato di essere. Ne valeva la pena? Sì. Galleggiano tutti, quaggiù — e per una sera è galleggiato anche chi, a questo tavolo, giura di non saper nuotare.

RENARD. Il franchise più redditizio mai costruito sulla nostalgia: King ha fondato una contea, e ci abita un’intera industria. (pausa) Compratelo. Non perché vi spiega il pagliaccio. Perché, per mezza pagina, vi rispedisce nel cortile da cui credevate di essere usciti puliti. Si vende meglio la paura, quando ha il sapore di casa. Poi rimettete giù la penna, come ho fatto io. È quello che facciamo.


«It» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il dibattito, come sempre, non si chiude. Per definizione.

— Libro Ribelle

La settimana prossima, un altro libro. Un altro cadavere sul tavolo.

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