Ciò che galleggia non muore mai

Epigrafe

«Galleggiano tutti, quaggiù.» — p. 21

Primo impatto

Mille pagine. Le ho strette al petto come si stringe qualcuno che sta per partire. Era estate, faceva caldo, e io tremavo. Il libro mi ha preso subito — non con la paura, ma con la barchetta di carta di Georgie che scivola nel tombino. Lì ho capito: questo non è un romanzo dell’orrore. È un romanzo sull’infanzia che muore, e tutti noi siamo Georgie.


Il viaggio

Mi ha trascinato in due tempi insieme, come fa la memoria. I bambini del Club dei Perdenti — les perdants — sono stati ognuno una scheggia di me. Bill che balbetta e si sente colpevole della morte del fratello: io che mi sento colpevole di ogni libro che non ho saputo scrivere. Ben, grasso e innamorato in silenzio, che dona poesie senza firma — ho pianto a pagina 200, perché quelle poesie anonime sono tutte le mie dichiarazioni mai spedite.

Beverly. Ah, Beverly. La bambina che impara troppo presto cosa fa il dolore degli adulti. Mi sono vergognato di amarla, e mi sono vergognato della vergogna.

Il vero terrore non è il pagliaccio. È pagina 1000 e oltre, quando da adulti dimenticano. King mi ha sussurrato la verità più crudele: crescere significa perdere la capacità di credere ai propri mostri. E senza mostri, mon ami, non c’è più nemmeno magia.


La ferita che resta

Il finale in cui i ricordi svaniscono come neve sul palmo. Loro dimenticano di essersi amati. Questo — non il mostro — mi ha distrutto. Vale la pena vincere il proprio orrore se il prezzo è dimenticare chi eravamo quando lo affrontammo insieme? Non ho una risposta. Ho solo un brivido che non passa.


Post scriptum

Ho piegato una barchetta di carta con la pagina 21, fotocopiata — non oserei mai strappare l’originale. La tengo sul davanzale. Quando piove, la guardo e aspetto che galleggi.


Florian Fleur ha amato questo libro fino a farsi male. Chiedetegli se ne valeva la pena.
Sì. Perché mi ha restituito, per mille pagine, il bambino che avevo dimenticato di essere.