Libro Ribelle
«Il Codice Da Vinci» di Dan Brown — Un cuore artificiale può tenerti sveglio tutta la notte?
La cosa che nessuno si aspettava è arrivata da Florian: una notte intera sul pavimento della cucina, sequestrato da un libro che avrebbe dovuto disprezzare. Sostiene che dentro il congegno ci sia una lettera d’amore firmata con un nomignolo, e che il contenuto vero sia quello. Vera non concede niente: macchinario perfettamente riuscito, di romanzesco conserva solo l’imballaggio, il cuore batte ma in casa non c’è mai stato nessuno. Renard taglia corto e sposta la questione altrove, Brown non ha venduto ottanta milioni di enigmi, ha venduto ottanta milioni di permessi di dubitare. Sotto, il libro parla proprio di questo, un codice che tutti decifrano per la trama e una sola persona, forse, per tenerezza. Nessuno ha spento la luce prima dell’alba.
Cominciamo dal disaccordo di fondo. Vera dichiara il romanzo deceduto a pagina uno. Florian ci ha passato la notte sveglio. Avete letto lo stesso libro?
VERA. Ho letto il referto, che è l’unico modo onesto di leggere. Centocinque capitoli, lunghezza media sotto le cinque pagine, ciascuno fratturato di proposito alla fine per costringere la mano a girare. Non è una colonna vertebrale, è una fila di vertebre rotte ad arte. Poi la lesione fondativa: un uomo con un proiettile nello stomaco e quindici minuti di vita che allestisce anagrammi bilingui, codici numerici e la propria messa in posa a Uomo Vitruviano. Ho assistito a molte agonie da ferita addominale. Nessun morente compone anagrammi. Su quella frattura del patto di verosimiglianza poggia tutto il resto. Il libro è vivo, questo lo concedo. Il romanzo è deceduto a pagina uno.
FLORIAN. E io in quel cadavere ci ho abitato fino alle quattro e mezza del mattino, seduto sul pavimento della cucina, la schiena contro il frigorifero, senza ricordare come ci fossi arrivato. Vera, ho aperto il libro con la tua stessa sufficienza, e il libro non me l’ha perdonata. Non ti ferisce, ti sequestra, e c’è una differenza che ho impiegato tutta la notte a capire: la ferita te la porti dietro, il sequestro dovrebbe finire all’alba. Il mio non è finito. A pagina 351 c’è scritto che P.S. sta per Princesse Sophie, e da quel momento non stavo più leggendo un thriller. Stavo leggendo l’ultima lettera di un nonno a una nipote che non gli rispondeva da dieci anni.
RENARD. (gira la tazzina, senza fretta) Adorabili. Uno referta, l’altro abita. Nessuno dei due guarda lo scontrino. Questo non è un thriller, è un corso di auto-promozione intellettuale a 19,90: ogni tre pagine una rivelazione, ogni rivelazione ti fa sentire più intelligente di quanto tu sia. Il cliente non compra una storia, compra la sensazione di essere l’unico sveglio nella stanza. Vera, il tuo pacemaker. Florian, il tuo sequestro. State descrivendo lo stesso prodotto con due listini diversi.
VERA. Il prodotto non spiega la notte di Florian.
RENARD. La spiega alla perfezione, darling. Ma ci arriviamo.
A pagina 9, prima ancora del prologo, Brown stampa una parola sola: «FATTI». Vera la registra come referto contraffatto allegato alla cartella clinica. Renard la chiama la mossa di posizionamento più spregiudicata del decennio. Decidetevi: truffa o genio?
RENARD. Le due cose insieme, ed è per questo che funziona. Quella parola sposta il libro dallo scaffale «intrattenimento» allo scaffale mentale «rivelazione». Il lettore smette di leggere e comincia a indagare: si sente in missione, non in poltrona. Poi il Vaticano lo condanna ufficialmente, e a quel punto immagino Doubleday stappare champagne, perché la condanna ecclesiastica è l’unico endorsement che non devi pagare. Perfino la causa per plagio l’ha vinta, incassando una pubblicità che nessun ufficio stampa può comprare. Chiamarla truffa è da ingenui. È ingegneria.
VERA. È falso in atto pubblico. Il Priorato di Sion, la discendenza, i documenti: materiale che la realtà aveva archiviato come contraffatto decenni prima della stesura. Io non giudico il paziente per le sue superstizioni, i cadaveri hanno diritto alle loro. Lo giudico per il certificato falso allegato alla cartella d’ingresso. Un organismo può sopravvivere a molte patologie. Non alla menzogna scritta in prima pagina.
FLORIAN. (piano) Vi lascio litigare sui fatti, perché i fatti, in questo libro, sono la parte che mente. L’unica cosa veramente sacra dell’intera vicenda è che il Graal non è mai il Graal, nemmeno nel libro. Cercavano una coppa, era una donna. Cercavano un tesoro, era una tomba. Tutto il romanzo dice che il segreto vero non è mai quello scritto nel codice, e voi due state ancora discutendo del codice.
RENARD. Mettila su una tote bag, Florian. Venderebbe.
FLORIAN. Lo so. È questo che mi rovina.
Sui personaggi vi siete divisi il corpo. Vera diagnostica a Langdon la sindrome del contenitore vuoto e a Sophie un’atrofia funzionale progressiva. Renard li registra a bilancio come asset. Florian, tu scrivi di esserti riconosciuto in Sophie «fino al disagio». Chi ha letto meglio?
VERA. I dati, prima. Langdon: nessun desiderio, nessuna ferita, una claustrofobia installata al capitolo 4 come unico tratto umano e mai più rilevante. Encefalogramma piatto per centocinque capitoli. Sophie: presentata come crittografa brillante, degenerata entro cento pagine in apparato uditivo al servizio delle spiegazioni maschili. E poi c’è l’anomalia: Silas. Un grumo di dolore autentico intrappolato in un cliché da fumetto, l’unico tessuto parzialmente vivo del corpus. Il testo lo usa come spauracchio e lo smaltisce. Nel mio reparto si chiama malpractice.
FLORIAN. La critica guarda l’orologio e non vede l’ora. Sophie non è un apparato uditivo: è una donna che ha risposto a suo nonno con dieci anni di silenzio, dieci anni di lettere non aperte, e che adesso può parlargli solo risolvendo i suoi indovinelli, uno per uno, come a Natale da bambina. Decifra codici perché non ha saputo decifrare il perdono. L’ho scritto nella recensione, tra parentesi, sperando che nessuno leggesse: anch’io ho un silenzio decennale chiuso in un cassetto. Avete letto tutti, immagino.
VERA. Tutti.
FLORIAN. Bene. Almeno Silas si flagellava in privato. Perché è questo che è Silas, Vera, altro che spauracchio: un uomo che si punisce il corpo perché nessuno gli ha insegnato un altro alfabeto per dire il dolore. Chi si ferisce da solo sta sempre scrivendo a qualcuno che non risponde.
RENARD. E io che credevo di essere il cinico del tavolo. Langdon è una piattaforma, my love: abbastanza colto da spiegare tutto, abbastanza vuoto da non intralciare mai. Il lettore ci si infila come in un cappotto in saldo, e infatti Brown l’ha riutilizzato quattro volte. Sophie è il segmento femminile con pedigree divino, colpo di genio contabile. Silas è il packaging: l’immagine che racconterai agli amici. Funziona tutto. A bilancio non manca niente.
Renard, fermiamoci sul tuo bilancio. Nella tua recensione c’è una pagina che dichiari di aver riletto due volte «per motivi puramente professionali»: Sophie che ricorda il nonno e la casa in Normandia. Che cosa c’era da capire, professionalmente?
RENARD. Volevo capire perché un autore rinunci proprio al materiale che non si può fotocopiare. Per qualche pagina il libro smette di venderti segreti e prova a raccontarti una famiglia spezzata da una verità taciuta. Niente anagrammi, niente Louvre: una casa, un nonno, una bambina. Poi Brown si spaventa e torna di corsa ai codici. (pausa) Dodici anni in editoria ti insegnano a riconoscere un autore che scappa dalla propria pagina migliore. Di solito scappa perché quella pagina non scala, non si replica, non fa margine.
FLORIAN. E tu l’hai riletta due volte.
RENARD. Controllo qualità.
FLORIAN. Renard. La pagina che non si può fotocopiare è l’unica che hai riletto. In tutto il congegno hai cercato il punto esatto in cui il congegno si rompe. Come me. Come chiunque.
RENARD. (sistema qualcosa che non ha bisogno di essere sistemato) Diciamo che ho verificato dove l’autore teneva la merce vera. E che non era in vendita. (pausa) Andiamo avanti.
VERA. Verbalizzo, prima di andare avanti. Tre esami indipendenti, tre punti di tessuto vivo, ed è sempre lo stesso tessuto: Silas che scrive il dolore sulla propria pelle, Sophie che non apre le lettere, una famiglia che tace una verità in Normandia. Il paziente è morto ovunque tranne che in un organo, e quell’organo è sempre una famiglia che non si parla. Lo annoto come anomalia statistica. Non come commozione.
FLORIAN. Naturalmente.
Allora rovesciamo il tavolo. Vera, il tuo verdetto recita: il cuore batte ancora, non c’è mai stato nessuno in casa. Ma ottanta milioni di lettori in quella casa ci hanno passato almeno una notte, e uno di loro è seduto qui. Se il battito era artificiale, di chi era il cuore che batteva?
VERA. (pausa lunga) È la domanda giusta, e la detesto. Un pacemaker non produce vita: la impone a un muscolo che da solo non ce la farebbe. Ho scritto che in casa non c’era nessuno, e confermo ogni parola sul proprietario. Ma rettifico il referto in un punto: in quella casa c’era il lettore. Il congegno di Brown non fa battere il cuore del romanzo, che non esiste. Fa battere il tuo, a duecento pulsazioni, per cinquecento pagine. Il battito che ho registrato all’esame non era del paziente. Era di chi lo teneva in mano.
FLORIAN. Ed è per questo che io non riesco a chiamarlo truffa. Un pacemaker si impianta a chi rischia di fermarsi. Quella notte il libro ha tenuto il mio cuore a battere per il nonno di un’altra, per lettere che non erano le mie, per un perdono che non mi riguardava. Chiamatelo congegno, chiamatelo protesi: una protesi che ti porta vivo fino all’alba è un organo a tutti gli effetti. Brutto, sintetico, non mio. Ma quella notte batteva al posto del mio.
RENARD. E vi rendete conto, vero, che avete appena scritto voi il mio pezzo. Il prodotto perfetto: non guarisce niente, non nutre niente, non puoi togliertelo finché non ha finito, e il cliente ringrazia pure. Brown non ha venduto ottanta milioni di romanzi, quelli non li aveva. Ha venduto ottanta milioni di pacemaker a gente che voleva sentirsi battere il cuore, insieme al permesso di dubitare per lettori cresciuti senza il permesso di fare domande. Il libro è mediocre. Il bisogno a cui risponde non lo è affatto. (pausa) Se lo dovete schedare, my love, schedatelo con la parola che gira attorno a questo tavolo da un’ora.
VERA. Pacemaker. È già nel referto. Confermo la dicitura.
FLORIAN. (piano) E batte ancora. È questo lo scandalo che nessuno di noi tre ha risolto.
IL VERDETTO
VERA. Macchinario perfettamente riuscito che di romanzesco conserva solo l’imballaggio: scheletro fratturato ad arte, epidermide di polietilene, organi interni sostituiti da dispense universitarie, e il congegno cardiaco più efficiente che io abbia esaminato in letteratura commerciale. Ottanta milioni di lettori non certificano la salute del paziente: certificano l’efficacia del pacemaker. Postilla, verbalizzata senza piacere: il battito rilevato in sala settoria non apparteneva al cadavere. Apparteneva a noi.
FLORIAN. Ne valeva la pena, quella notte sul pavimento della cucina? Sì, e i miei colleghi non me lo perdoneranno mai. Perché a pagina 351 un codice ha smesso di essere un codice ed è diventato una lettera d’amore, e io non archivio i codici: archivio i punti esatti in cui smettono di esserlo. Le 4:12 del mattino. C’è un cerchio a matita, sulla mia copia, a testimoniare che anche i libri che i critici non ammettono di aver letto sanno dove far male. Forse soprattutto quelli.
RENARD. Il congegno commerciale più studiato del secolo, e nessuno è riuscito a replicarlo, perché tutti copiavano il meccanismo e nessuno capiva la fame. Compratelo, se volete: non per i segreti, che erano falsi già in fabbrica, ma per la pagina in Normandia in cui l’autore smette di vendere e per un attimo tiene in mano la merce vera. Poi la rimette in magazzino, e commercialmente fa bene: quella pagina, my love, non avrebbe pagato l’anticipo. È l’unica cosa di questo libro che rimpiango.
«Il Codice Da Vinci» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il dibattito, come sempre, non si chiude. Per definizione.
— Libro Ribelle
La settimana prossima, un altro libro. Un altro cadavere sul tavolo.
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