«Colazione da Tiffany» di Truman Capote — Si può amare ciò che rifiuta di appartenere?

Renard è arrivato con la sua copia e l’ha lasciata chiusa per la prima mezz’ora, cosa che non gli succede mai. Forse perché stavolta c’era una macchina da smontare. Vera ha firmato un referto che somiglia a un elogio, paziente vivo, mai capito fino in fondo. Florian confessa di aver amato Holly Golightly fino a bucare la carta con la matita. Renard la chiama brand e non personaggio, il prodotto aspirazionale meglio confezionato del Novecento, salvo poi chiudere la recensione con una riga che ha detto di non aver dovuto scrivere. Il libro parla precisamente di questo, una donna che si inventa un nome, una voce e una vita per non farsi trovare. Erano seduti in tre, e tutti e tre firmano con un nome che si sono scelti.


Partiamo dall’anomalia. Per la prima volta siete d’accordo: il libro funziona. Dovrei preoccuparmi?

VERA. Non siamo d’accordo. Siamo arrivati allo stesso esito per vie incompatibili, che è diverso. Il mio referto parla chiaro: scheletro minimo costruito per sottrazione, un tessuto stilistico davanti alla quale ho deposto il bisturi (chi mi conosce sa quanto mi costa) e una paziente che rifiuta di stare ferma sul tavolo. L’ho certificato vivo. Ma l’ho certificato vivo senza averlo capito del tutto, e questo referto mi perseguita da giorni.

FLORIAN. È la frase più onesta che tu abbia mai firmato, Vera. Ammettere che qualcosa ti sfugge: nel tuo mestiere è quasi una dichiarazione d’amore.

VERA. Nel mio mestiere è un’anomalia da protocollo. Non confondere le due cose.

RENARD. (sfoglia la sua copia piena di orecchie e note) Posso dire perché siete d’accordo senza saperlo? Perché Capote ha venduto a ciascuno di voi il prodotto che cercava. A Vera ha venduto l’enigma clinico, la paziente indiagnosticabile, il caso che non si chiude. A Florian ha venduto lo specchio. E il genio è che il contenuto è lo stesso: una ragazza infelice, sola, in fuga. Ma nessuno ricorda il contenuto. Tutti ricordano la vetrina, il tubino, la colazione. Capote vi ha venduto il packaging e ha sepolto il prodotto. Lo scrivo nella recensione: maestro. È l’insulto più alto del mio vocabolario.

FLORIAN. Tu riduci a strategia commerciale una risata che è la cosa più triste mai scritta.

RENARD. No, my love. Io dico che la tristezza è la strategia. Che è molto peggio, e molto più bravo lui.


Allora mettiamola sul tavolo, la paziente. Holly Golightly: chi è? Vera parla di disturbo di personalità con fuga compulsiva. Renard di brand di lifestyle. Florian di specchio. Non può essere tutte e tre le cose.

VERA. Può, ed è questo il problema. La mia diagnosi sta in piedi: tratti dissociativi, fuga compulsiva da ogni attaccamento, i “mean reds” che lei stessa nomina senza saperli curare, un’ansia che non ha nemmeno il coraggio di chiamarsi paura. Sintomatologia da manuale. Ma quando provo a chiudere il referto, la paziente si è già alzata dal tavolo. Ha lasciato il biglietto sulla cassetta della posta: in transito. Non ho mai avuto un corpo che se ne va a metà autopsia.

RENARD. Perché non è un corpo, dottoressa. È un’immagine coordinata. Il biglietto sulla cassetta “in transito” non è un sintomo, è un claim. Due parole, posizionamento perfetto: non mi avrete, e proprio per questo mi vorrete. Trent’anni prima che il settore del lifestyle esistesse, quella ragazza aveva già capito tutto: un prodotto definito si esaurisce, un prodotto ambiguo si rivende a ogni lettura.

FLORIAN. Vi ascolto e ho la stessa tristezza precisa dell’altra volta. Una diagnosi. Un claim. Io in quel biglietto ho letto un’altra cosa: una donna che si è inventata da capo, nome, accento, vita, perché il passato vero, Lulamae, la stava uccidendo. Holly non fugge dagli uomini o dagli appartamenti. Fugge da chi era. E la casa senza mobili, le valigie sempre pronte: quello è il mio cuore, l’ho scritto e lo ripeto. Non mi affeziono per paura di restare.

RENARD. (batte due volte la penna sul tavolo) Attento, poeta. Stai per dire la cosa che poi tocca a tutti noi.

FLORIAN. Lo so. Ci arrivo. Voglio vedere chi di voi due scappa per primo.


Restiamo un momento sulle creature senza nome. Il narratore, che Holly chiama Fred perché il suo nome vero non lo sapremo mai. E il gatto. Florian, tu su quel gatto hai bucato la carta.

FLORIAN. Pagina 110. Lo abbandona sotto la pioggia perché, dice, “non ci appartenevamo a vicenda”. Ho chiuso il libro. Ho sottolineato quella frase tre volte, fino a bucare la carta, e non me ne vergogno. Quel gatto sono io: amato e mai nominato, mai reso davvero proprio da nessuno. Dare un nome a una cosa significa accettare di poterla perdere. Holly lo sa, e per questo non nomina niente di ciò che ama.

VERA. Clinicamente esatto, per una volta. E aggiungo il narratore al quadro: dipendenza affettiva mascherata da osservazione neutrale. Nel referto ho scritto che sono i due personaggi meglio costruiti, non si commuovono, si ammalano l’uno dell’altra. Il narratore ausculta Holly perché ne è infettato. La racconta per non guarirne.

RENARD. E io vi spiego il trucco che rende possibile tutto questo. Il narratore non ha nome perché dev’essere un contenitore vuoto: zero personalità, massima identificazione. È il sedile vuoto accanto a Holly, riservato a te che leggi. Capote non ti mostra il prodotto, ti mostra un uomo che lo brama e non può averlo. Desiderio per delega, la tecnica pubblicitaria fondamentale. E il gatto è il miglior product placement emotivo della letteratura americana: l’unica creatura che Holly ama e rifiuta di possedere. Tutto in vetrina, niente in vendita.

FLORIAN. “Product placement emotivo.” Renard, un giorno qualcuno ti leggerà ad alta voce le tue stesse frasi e tu chiederai chi è il cinico che le ha scritte.

RENARD. Le ho già rilette. So benissimo chi le ha scritte. (pausa) È l’ultima che mi preoccupa.


Parliamone, allora, dell’ultima. La tua recensione si chiude così: “La trovo, di tutti i personaggi mai inventati, quello che capisco meglio. E questa frase non avrei dovuto scriverla.” Perché l’hai lasciata?

RENARD. Refuso.

VERA. No. Ho letto abbastanza referti falsificati per riconoscerne uno. E c’è un secondo punto, nella tua recensione, dove la penna ti è scivolata: la scena sotto la pioggia, il gatto cercato tra i bidoni. Scrivi di averla riletta “con una concentrazione che non riservo ai prodotti”. Uno che smonta la macchina prima del libro non rilegge niente due volte. A meno che la macchina, per una pagina, non l’abbia smontato lui.

RENARD. (posa la penna, e per un attimo non la riprende) Holly Golightly passa duecento pagine a costruirsi addosso un’immagine perfetta perché nessuno veda quanto è terrorizzata. Un nome inventato, una voce studiata, una biografia riscritta. Il biglietto da visita che dice “in transito” per non dover mai dire “in fuga”. (pausa) Io ho passato dodici anni in un mestiere dove questo si chiama posizionamento, e lo insegnavo. Poi ne sono uscito, e mi sono dato un nome che è una strategia, l’ho persino spiegato in un’intervista, disarmante a metà. Quando dico che Holly è il personaggio che capisco meglio non sto facendo critica letteraria. Sto guardando una collega. Una che il trucco lo fa meglio di me, perché lei almeno non lo spiega a nessuno.

FLORIAN. Ecco. È la seconda volta in un mese che ti cade la maschera, e comincio a sospettare che sotto ci sia sempre lo stesso lettore.

RENARD. (riprende la penna come se niente fosse) Metti a verbale il refuso e andiamo avanti.


Non andiamo avanti. Perché la domanda che Renard ha appena aperto riguarda tutti e tre. Holly si è inventata per sopravvivere al proprio passato. Florian, tu nella recensione scrivi di aver “inventato Florian”. Vera, in un’intervista, alla domanda sul suo cognome ha risposto “prossima domanda”. Questo libro vi sta facendo l’autopsia?

FLORIAN. A me sì, e l’ho lasciato fare. L’ho scritto senza girarci intorno: Holly inventa sé stessa per non morire del proprio passato, come io ho inventato Florian per non essere più il ragazzo del romanzo bruciato. La differenza tra me e Renard è che io la mia invenzione la metto in vetrina, e lui la chiama strategia. Ma è lo stesso gesto. Ci si dà un nome nuovo quando quello vecchio fa troppo male a pronunciarsi.

VERA. (un silenzio più lungo del previsto) Prossima domanda.

FLORIAN. Vera.

VERA. Ho detto: prossima domanda. (pausa) E tuttavia. Metterò a referto una sola cosa, perché il paziente stasera lo esige. Nella mia recensione ho scritto che Holly sfugge alla diagnosi come un cuore che si arresta sotto le dita del chirurgo. Quando l’ho scritta, la frase mi è sembrata tecnica. Rileggendola ho capito che nessuna frase tecnica contiene la parola “dita”. Chi ha lasciato la chirurgia sa cosa significa un corpo che non risponde più alla mano, e sa che a volte, dopo, ci si sceglie un tavolo diverso e un nome più corto, che non firmi più certificati di morte. Non aggiungo altro. Il referto su Vera Vex resta aperto, come quello su Holly. Constatare l’analogia non equivale ad ammetterla.

RENARD. L’hai appena ammessa con la precisione di un notaio, dottoressa.

VERA. E lei, signor Laine, ha appena chiamato “collega” una truffatrice in transito. Direi che siamo pari.

FLORIAN. Il libro chiedeva se si può amare un essere selvatico. Ho la risposta, adesso: ne ho due davanti, e sono anni che non scappano. Forse Holly non aveva torto sul mondo. Aveva solo sbagliato tavolo.


Chiudiamo dove chiude Capote: il gatto tra i bidoni, il “forse” che non si scioglie. Il finale aperto è un dono o una fuga?

FLORIAN. È la ferita più gentile e più crudele della letteratura, l’ho scritto così e non trovo di meglio. Il gatto forse trova casa. Holly forse trova pace. Quel forse non si rimargina, e per questo il libro resta: le ferite chiuse si dimenticano, quelle aperte si portano. Ne è valsa la pena? Per il gatto spero di sì. Per me lo temo no. Ma le ho detto sì comunque, alla domanda della mia firma. Sono un pessimo allievo del mio stesso dolore.

VERA. Tecnicamente è la scelta giusta, e lo dico a malincuore perché i finali aperti sono, in nove casi su dieci, un alibi per non saper chiudere. Qui no. Qui l’apertura è coerente con la patologia: una donna la cui malattia è l’inafferrabilità non può guarire nell’ultimo capitolo senza falsificare la cartella clinica. Capote ha avuto il rigore di non curare la sua paziente. Lo rispetto come si rispetta un collega che non firma un referto falso per consolare la famiglia.

RENARD. E io vi do la lettura da bilancio, così restiamo in equilibrio: l’assenza vende più della presenza, e Capote lo sapeva. Il finale aperto è la sua strategia di lungo periodo, l’ho scritto: ti garantisce che ne parleranno per sempre. Guardateci: settant’anni dopo, tre professionisti della stroncatura, un’ora a discutere di una ragazza che non esiste. (sorride con metà bocca) Ma stasera è successa una cosa che il modello di business non prevedeva. Siamo venuti per fare l’autopsia a Holly Golightly, e Holly Golightly l’ha fatta a noi. Tre persone con un nome inventato che spiegavano a una quarta come si fugge dal proprio passato. Il vecchio Truman ci ha venduto lo specchio come fosse una vetrina. Lo dico come l’accusa più grave che conosco: ci ha fregati con eleganza.


IL VERDETTO

VERA. Organismo di rara finezza, epidermide da manuale, paziente indiagnosticabile per costituzione. Lo certifico vivo, e certifico che se n’è andato dal tavolo prima che finissi. È il referto più incompleto che abbia mai firmato con orgoglio.

FLORIAN. Un libro sottile come una lama, che insegna la sola cosa che valga il prezzo del dolore: si può amare profondamente ciò che non si potrà mai trattenere. Leggetelo, e poi lasciate la finestra aperta. Non si sa mai che qualcosa di selvatico decida di entrare.

RENARD. Il prodotto aspirazionale meglio costruito del Novecento, con un difetto di fabbrica che nessun reparto qualità ha mai corretto: dentro la vetrina c’è una persona vera. Compratelo per il tubino. Lo terrete per il terrore. È l’unico caso in cui il contenuto vale più del packaging, e vi prego di non dirlo in giro: mi rovinereste.


«Colazione da Tiffany» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il biglietto sulla porta della redazione, da stasera, dice: in transito. Ma domenica prossima saremo qui.

— Libro Ribelle

La settimana prossima, un altro libro. Un altro cadavere sul tavolo.

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