Libro Ribelle
«Uno studio in rosso» di Arthur Conan Doyle — E se il vero mistero fosse essere letti?
«E chi legge voi?» Non avrebbero dovuto rispondere, e invece hanno risposto tutti e tre. La domanda era arrivata alla fine di un’ora passata a non trovarsi d’accordo su niente. Vera aveva refertato un organismo chimerico, due creature cucite insieme che non hanno mai imparato a scambiarsi il sangue. Florian giurava di aver sentito, sotto il ghiaccio del metodo, il battito più fragile mai trovato in un giallo. Renard liquidava tutto come l’affare peggiore della storia editoriale, venticinque sterline per l’immortalità. Poi qualcuno ha ricordato che cosa fa davvero Holmes: ti guarda i polsini e sa tutto di te. È la fantasia di essere letti, aveva scritto Renard, come si legge un libro amato. Ecco perché la domanda ha fatto male.
Partiamo dal fatto anatomico. Vera parla di malformazione congenita: mezzo libro a Londra, mezzo nello Utah. È un romanzo o sono due?
VERA. Sono due, e ho il referto. Un organismo chimerico: la sezione londinese poggia su un’impalcatura ossea che risponde a ogni sollecitazione, poi, a metà esatta del corpo, la colonna si disarticola e comincia un melodramma di frontiera prelevato da un altro donatore. I due sistemi non si scambiano il sangue. La prima metà è irrorata, la seconda è in ischemia. Errore di ricomposizione, non di concezione, ma resta un errore.
FLORIAN. E io in quella metà in ischemia, come la chiami tu, ho pianto. A pagina 130 le righe hanno cominciato a tremolare e non era colpa della lampada. Jefferson Hope non è un orco, Vera, è un uomo in lutto che ha trasformato la perdita in una missione. Il tuo donatore sbagliato è l’unico personaggio del libro che uccide per amore di qualcuno che giace sotto terra. Tu vedi una sutura mal fatta. Io vedo che il sangue, lì dentro, c’era eccome. Solo che era di un altro gruppo sanguigno.
RENARD. (sfoglia la sua copia piena di orecchie e note) Siete commoventi, ma state litigando sull’inventario di un fallimento commerciale. Lo Utah è magazzino invenduto, darling: roba di un altro listino infilata nel pezzo forte, perché nel 1887 Conan Doyle non aveva ancora capito quale fosse la sua miniera. E infatti la svendette. Venticinque sterline, diritti completi, nessuna royalty, grazie e arrivederci. Voi discutete di anatomia e di lacrime su un manoscritto che l’autore stesso valutò meno di un cappotto buono.
VERA. Il prezzo non è un dato clinico.
RENARD. No. È peggio: è la diagnosi di tutti gli altri. Nessuno, in tutta Londra, seppe leggere quel libro. Tenetevela da parte, questa frase. Torna utile tra poco.
Veniamo al detective. Florian, nella tua recensione scrivi che Holmes «deduce per non disperare», che il metodo è una diga. Vera, tu hai refertato un profilo schizoide ad alto rendimento. Chi dei due l’ha letto meglio?
FLORIAN. Tutti guardano Holmes e vedono una mente di ghiaccio. Io ho visto la crepa sotto il ghiaccio: un uomo che sentiva troppo e che ha costruito il metodo pietra logica su pietra logica, perché la piena non lo travolga. Ogni indizio è un chiodo che tiene chiusa una porta. Davanti allo stesso precipizio io ho scelto di buttarmi, lui di non guardare giù. Mon semblable, mon frère. Non è freddo. È terrorizzato con eleganza.
VERA. Poeticamente suggestivo, clinicamente infondato. Il quadro è nitido: distacco affettivo convertito in strumento di lavoro, l’anomalia del soggetto coincide esattamente con la sua vitalità. Non c’è nessuna piena, Florian. C’è un organismo che funziona così. Non tutte le dighe nascondono un’alluvione: alcune sono soltanto architettura. (pausa) Anche se ammetto che sulla funzione del metodo hai ragione. Il metodo non serve a sentire di meno. Serve a non lasciarsi travolgere mentre si continua a lavorare. Questo lo so per esperienza diretta.
FLORIAN. Che esperienza?
VERA. Il protocollo delle mie recensioni non l’ho inventato per il blog. L’ho costruito il primo anno dopo l’ospedale, quando la mano destra ha smesso di rispondere e io continuavo a svegliarmi con il gesto del bisturi a mezz’aria. Servivano griglie. Cose da guardare nello stesso ordine, ogni volta, per non pensare a quello che non potevo più fare. (silenzio) Il vostro Holmes deduce per non disperare. Metto a verbale che il meccanismo mi risulta familiare. Prossima domanda.
RENARD. (posa la penna e per un attimo non la riprende)
FLORIAN. Vera, è la prima volta che…
VERA. Prossima domanda, ho detto.
E allora Watson. Renard lo chiama «il finanziamento a tasso zero», il tramite che ci permette di comprare il genio senza sentirci inadeguati. Florian scrive: «C’est mon portrait». Chi è davvero Watson?
RENARD. Il colpo di genio è il duo, baby, non il detective. Holmes da solo è invendibile, un cervello superbo con il carisma di un termometro. Serve Watson: ammira per conto vostro, si stupisce per conto vostro, incassa le umiliazioni per conto vostro. È la clausola contrattuale che regge ancora metà del catalogo televisivo mondiale. Un capolavoro di ingegneria commerciale, l’irraggiungibile e il rassicurante sotto un’unica insegna.
FLORIAN. E io sono lui. L’ho scritto e lo ripeto qui: Watson osserva, ammira, annota, racconta la grandezza di un altro perché non trova il coraggio di raccontare se stesso. Faccio il critico per lo stesso identico motivo. Mi commuovo sui capolavori altrui per non dover fissare la mia pagina rimasta bianca.
VERA. Bianca fino a che punto?
FLORIAN. (guarda fuori dalla finestra, a lungo) C’è un cassetto, a casa mia. Dentro c’è un manoscritto fermo da anni, del poeta che ero prima di fare questo mestiere. L’ho seppellito con le mie mani e certe notti lo sento ancora bussare dal fondo. Non lo apro. Recensire i libri degli altri è il mio modo di portargli i fiori. (pausa) Ecco. Adesso lo sapete. Watson almeno il suo resoconto l’ha pubblicato. Io sono un Watson che non ha ancora trovato il coraggio nemmeno di quello.
RENARD. (batte due volte la penna sul tavolo) Per la cronaca: la voce di Watson è anche l’unico tessuto che la nostra chirurga ha risparmiato. L’ha messo a verbale lei stessa, «una concessione»: limpida, ironia dosata al milligrammo, elasticità che pochi esordi possiedono. Tre critici, tre verdetti, e l’unica cosa su cui siamo d’accordo è il mediocre che racconta il genio. Fateci caso. È un dettaglio che vale il libro.
Renard, tocca a te. Nella tua recensione c’è un passaggio che stona con le tabelle: i due reduci che dividono l’appartamento «perché stare soli costa troppo, in tutti i sensi che quella parola può avere». Hai scritto che quella voce non figura in nessuna tabella. In quale figura?
RENARD. In nessuna. Per questo l’ho segnalata: anomalia contabile, va a onor di bilancio dichiararla.
VERA. Non era una voce contabile e lo sai. Ho letto il passaggio tre volte: «due naufraghi che si tengono a galla fingendo di dividere l’affitto». Un uomo che legge la quarta di copertina come un referto finanziario non scrive «naufraghi». È lessico da annegamento, non da bilancio.
RENARD. (ordina un altro caffè che non pagherà) Va bene. (pausa) L’anno dopo il licenziamento ho tenuto per mesi l’agenda piena di appuntamenti che non esistevano. Pranzi inventati, riunioni con nessuno. Perché in quel mestiere, quando esci, il telefono smette di suonare in una settimana, e io i conti li so fare: ho calcolato esattamente quanto costa stare soli. Watson e Holmes si annusano mezza pagina e vanno a vivere insieme, due ammaccati che si tengono a galla, e nessuno dei due lo chiama con il suo nome. L’ho trovato più autentico di intere collane di thriller perché io, quell’affitto, l’ho pagato per intero. Da solo. (si schiarisce la voce, torna stratega) Comunque lo Utah andava tagliato. Persino uno stagista l’avrebbe tagliato.
FLORIAN. La solitudine, io, la riconosco al buio, dall’odore. Non sapevo che anche tu.
RENARD. Adesso lo sai. Non farne una poesia.
Chiudiamo con la verità scomoda di Renard: non compriamo Holmes da cinque generazioni per la deduzione, ma per la fantasia che esista qualcuno capace di guardarci i polsini e sapere già tutto di noi. E restare. Vale anche per voi tre?
FLORIAN. È la frase più vera che Renard abbia mai scritto, e lui lo sa. Il filo scarlatto io lo porto annodato al polso da anni: non so a cosa mi leghi, so che tira. Tira verso quello, verso qualcuno che ti legga come Holmes legge Watson al primo sguardo, Afghanistan compreso, e non se ne vada. Per questo amiamo questo libro. Non per il delitto. Per la nostalgia.
VERA. Io ho scelto i cadaveri perché erano gli unici pazienti che non cercavano di convincermi di niente. Ma stasera ho detto ad alta voce una cosa che non avevo mai messo in nessun referto, e nessuno dei due ha fatto battute. (pausa) Il libro parla di questo, in effetti: due metà incompatibili che qualcuno prova a cucire insieme. Doyle la sutura tra i suoi due continenti l’ha sbagliata. Quella tra i suoi due uomini, no. Regge da centotrentanove anni. È l’unica giuntura del libro che non si è mai rimarginata male.
RENARD. Vi rendete conto, vero, di cosa abbiamo appena fatto. Siamo entrati per stabilire se un giallo vittoriano regge l’autopsia, e ne usciamo che la chirurga ha mostrato la mano, il poeta ha aperto il cassetto e il cinico ha confessato l’agenda finta. Tre naufraghi che fingono di dividere una redazione. (sorride) Conan Doyle prese venticinque sterline per questo trucco: metti due solitudini nella stessa stanza e chiamalo giallo. Il vecchio ci ha letti tutti, i polsini, le scarpe, le mani. Ed è rimasto. Lo dico come l’accusa più grave che conosco.
IL VERDETTO
VERA. Organismo chimerico con metà del corpo in ischemia, salvato da una sutura che l’autore non sapeva di saper fare. Si conserva la metà londinese e la giuntura tra i due uomini. Il resto si smaltisce secondo protocollo. (pausa) Il protocollo, stasera, ha vacillato una volta. Non lo metto a referto. Lo lascio qui.
FLORIAN. Un giallo che finge di cercare un assassino e trova due solitudini che si salvano dividendo l’affitto. Ne valeva la pena? Sì. Perché sotto ogni deduzione impeccabile ho sentito pulsare qualcosa che nessun metodo era riuscito a mettere a tacere. Nemmeno il nostro.
RENARD. L’affare peggiore della storia editoriale e il prodotto più longevo della narrativa moderna, nello stesso contratto. Compratelo. Non per scoprire il colpevole: per la mezza pagina in cui due sconosciuti decidono che stare soli costa troppo. È l’unica riga del libro che non ha prezzo. E io i prezzi li conosco tutti.
«Uno studio in rosso» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il dibattito, come sempre, non si chiude. Per definizione.
— Libro Ribelle
La settimana prossima, un altro libro. Un altro cadavere sul tavolo.
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