Libro Ribelle
«Lolita» di Vladimir Nabokov — E se il giurato foste voi?
Humbert Humbert non racconta, arringa. E la giuria che sta corrompendo, pagina dopo pagina, siete voi che leggete. Il dibattito è partito da qui, e qui si è rotto. Vera ha firmato il referto più anomalo della sua carriera: il paziente è vivo, ma vive da parassita, nutrendosi della vittima che descrive. Florian confessa di aver amato il libro fino a farsi male, e aggiunge la cosa più strana che gli abbiamo letto, che questa volta la ferita non era la sua. Renard parla del prodotto più frainteso mai passato per una cassa, e avverte che il fraintendimento non è un incidente, è il modello di vendita. Nessuno dei tre, alla fine, ne è uscito assolto.
Cominciamo dal corpo. Vera, per una volta il tuo referto dichiara il paziente vivo. Ma Florian sostiene che sul tavolo c’è il corpo sbagliato.
VERA. Il referto è preciso, come sempre. Il romanzo vive, ma vive nel modo in cui vive un parassita: si nutre della vittima che descrive. Humbert Humbert non racconta una storia, occulta un cadavere, quello dell’infanzia di Dolores Haze, sotto trecentonovanta pagine di prosa impeccabile. Il lettore distratto ammira la calligrafia. Il perito legge cosa c’è scritto. Io ho letto cosa c’è scritto.
FLORIAN. E io ti do ragione sul corpo e torto sul metodo. Perché il tuo referto è esatto, Vera, ma arriva dopo. Questo libro non ti aggredisce, ti corteggia. Le prime pagine sono musica, e per qualche minuto ho dimenticato chi stava suonando. Poi me ne sono ricordato, e ho sentito freddo. Ho chiuso il libro dopo trenta pagine. L’ho riaperto dopo dieci minuti. In quei dieci minuti non c’era nessun perito, c’era un lettore che decideva se aveva il coraggio di farsi corteggiare da un mostro.
RENARD. (sfoglia la sua copia annotata senza alzare gli occhi) Adorabili. Uno fa l’autopsia, l’altro il fidanzato riluttante, e nessuno dei due guarda la cosa dal lato giusto del bancone. Humbert Humbert non è un narratore, my dear: è un ufficio vendite in prima persona. Ogni frase è packaging. Voi due discutete del corpo, io vi sto dicendo che vi hanno consegnato la confezione regalo e vi ci siete messi a litigare sopra.
VERA. La confezione la conosco. L’ho aperta.
RENARD. Lo so. È il motivo per cui questa sera ti ascolto più del solito.
La prosa, allora. Vera la chiama «la pelle più perfetta che abbia mai avuto sotto la lama». Florian la chiama musica. Renard la chiama packaging. State descrivendo la stessa cosa?
VERA. Sì, ed è questo il punto clinico. La pelle più perfetta della mia pratica, e proprio per questo la più sospetta. Ogni metafora splendida è una garza posata sugli occhi del lettore. L’uomo ci sta descrivendo la distruzione sistematica di una dodicenne e noi, se non stiamo attenti, sorridiamo per un bisticcio di parole. Non è un difetto del testo. È il suo oggetto di studio: il libro ci mostra, in vitro, come seduce un predatore.
FLORIAN. C’est un monstre qui chante. Un mostro che canta, e il canto è il crimine numero due. Io l’ho scritto e lo ripeto qui: la trappola ero io. Il libro ti presta la voce più bella del secolo e tu, ascoltandola, diventi il suo pubblico, il suo giurato, quasi il suo complice. La parola mi è costata, ma è quella.
RENARD. Ed è la parola giusta, per una volta siamo d’accordo tutti e tre, il che dovrebbe insospettirci. Solo che io la porto in contabilità. Cinque grandi editori americani rifiutano il manoscritto, il libro esce come contrabbando, un giornalista grida allo scandalo e la polemica fa il lavoro che nessun budget avrebbe potuto fare. La censura, ricordatelo, è l’unico reparto marketing che lavora gratis. Il proibito è stato stagionato tre anni come un formaggio, e quando è arrivato in America ha venduto centomila copie in tre settimane. Il canto del mostro, darling, aveva già un ufficio stampa.
Veniamo a lei. Dolores Haze. Florian scrive che «Lolita» non è una persona, è una prigione di due sillabe. Vera la definisce clinicamente assente. Renard parla di rebranding. Chi l’ha vista davvero?
FLORIAN. Nessuno. È esattamente questo il libro. Io mi specchio in tutti, lo sapete, cerco il mio volto perfino nei cattivi minori. In Humbert ho rifiutato di specchiarmi, ed è la prima volta. Ho passato il romanzo a caccia di lei, della bambina vera sepolta sotto il nome inventato. E Nabokov la lascia intravedere nelle crepe: il pianto, ogni notte, ogni singola notte, quando crede che lui dorma. Ho sottolineato quella pagina con la mano che tremava. Dolores Haze è tutte le storie raccontate dalla parte sbagliata.
VERA. Confermo il dato e lo firmo: il pianto notturno a pagina 226 pesa più di tutte le allitterazioni del narratore. E aggiungo il reperto che mi interessa di più, perché riguarda chi legge. Dolores è una bambina in ostaggio che sviluppa le strategie di sopravvivenza di una bambina in ostaggio. Il lettore che la trova «manipolatrice» ha appena firmato il referto sbagliato, e ha detto di sé più di quanto volesse.
RENARD. E il mercato quel referto sbagliato l’ha stampato in copertina per settant’anni. Occhiali a cuore, lecca-lecca, color pesca. Nabokov l’aveva scritto chiaro: nessuna bambina in copertina, nessuna. Voleva strade, motel, orizzonti. L’industria ha scelto di vendere il punto di vista del predatore perché era il più facile da mettere in vetrina. E quando «Lolita» è entrata nei dizionari come sinonimo di ragazzina seduttrice, la truffa di Humbert è diventata definizione ufficiale. Il colpevole ha vinto la causa nel linguaggio. Questo lo capisco professionalmente, l’ho fatto con prodotti peggiori. Ed è la frase più sgradevole che dirò stasera, quindi godetevela.
FLORIAN. Non ti sei goduto niente mentre la dicevi. L’ho visto.
RENARD. Fai meno lo psicologo, Florian. Ti riesce meglio il poeta.
FLORIAN. È la terza volta che me lo dici quando ho ragione. Comincio a tenere il conto.
Renard, restiamo su di te. Nella tua recensione c’è un buco di bilancio. La pagina dei pianti notturni: scrivi di averla riletta tre volte per capire quale leva stesse tirando Nabokov, e di non averla trovata. Poi liquidi tutto con «era tardi ed ero stanco». A verbale: era tardi davvero?
RENARD. (posa la penna sul tavolo) No. (pausa) Ho passato dodici anni a trovare la leva. È il mio mestiere: mi date una pagina che commuove e io vi dico quale ingranaggio la muove, quanto è costato, a quale segmento di pubblico è destinato. Su quella pagina ho cercato il congegno tre volte, da professionista, e non c’era. C’era solo una bambina che piange appena il suo carceriere finge di dormire, scritta da un autore che per una volta non stava vendendo niente a nessuno. E io sono rimasto seduto un tempo che non fatturerò mai, perché non saprei a chi intestare la fattura. (guarda la penna, non la riprende) Il venditore che riconosce l’unico passaggio del libro senza strategia. Fate voi la battuta, io stasera passo.
VERA. Non è un buco di bilancio, Renard. È l’unico attivo della tua recensione.
RENARD. Detto da te, quasi un abbraccio.
Chiudiamo dove il libro chiede di chiudere. Humbert corrompe la sua giuria pagina per pagina. Voi tre siete la giuria di professione. Qualcuno di voi, almeno per un momento, si è lasciato comprare?
VERA. (sistema le carte, poi smette) Sì. E lo metto a verbale, perché un perito che nasconde un dato inquina tutta la perizia. Ho aperto il romanzo e per tre pagine ho ammirato la calligrafia. Tre pagine. Sapevo cosa c’era scritto, l’ho sempre saputo, e la prosa mi ha comunque tenuto la lama a mezz’aria. In sala settoria non mi era mai successo: i cadaveri non ti corteggiano. Questo libro sì. La bellezza, qui dentro, è complice. E per tre pagine lo sono stata anch’io. (pausa) Non mi è piaciuto scoprirlo. Scrivetelo lo stesso.
FLORIAN. Ecco la parola, ed è uscita da te, che non ti lasci comprare da niente. Complice. Lo siamo stati tutti e tre, ognuno nella sua lingua: io per dieci minuti davanti a un libro chiuso, Renard per una pagina senza fattura, tu per tre pagine di calligrafia. E lo è stato ogni lettore che per settant’anni l’ha chiamata con il nome che le aveva dato lui. Per questo sul mio taccuino non c’è la solita boccetta: c’è scritto DOLORES HAZE, in stampatello, e accanto, piccolissimo, pardonne-nous. L’unico modo di leggere questo libro senza diventare la sua giuria comprata è restituirle il nome.
RENARD. Vi rendete conto, vero, di cosa abbiamo appena fatto. Un’ora seduti a stabilire chi di noi tre ha resistito meglio al venditore, e il risultato del processo è tre confessioni di acquisto. Humbert ha corrotto anche questa giuria, solo che noi abbiamo tenuto le ricevute. (sorride, riprende la penna) È l’unica differenza tra il lettore e il complice: la ricevuta. Nabokov lo sapeva. Il vecchio ha costruito un libro che ti truffa se non stai attento e ti mostra l’anatomia della truffa se lo sei. Lo dico come il complimento più caro che conosco: non sono riuscito a fregarlo.
IL VERDETTO
VERA. Organismo di eccezionale complessità, vivo nel modo dei parassiti. Letto senza matita è un veleno elegante. Letto con la matita è il referto più preciso mai scritto sul modo in cui il male si assolve. Prescrizione obbligatoria: la matita. (pausa) E il nome giusto della paziente.
FLORIAN. L’ho amato fino a farmi male, e per la prima volta la ferita non era la mia. Sì, leggetelo. Ma è un sì che pronuncio a bassa voce, perché il dolore dentro queste pagine ha una proprietaria, e non è mai stata il narratore.
RENARD. Il prodotto più frainteso mai passato per una cassa, e il fraintendimento era il modello di vendita. Compratelo. Poi fate l’unica cosa che il mercato non ha mai previsto: ignorate la confezione e leggete cosa c’è scritto. Conservate la ricevuta. Stasera serve a tutti.
«Lolita» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il dibattito, come sempre, non si chiude. Questa volta, nemmeno il processo.
— Libro Ribelle
