Libro Ribelle
«Alice nel Paese delle Meraviglie» di Lewis Carroll — Si può giudicare un libro che ha abolito le regole del giudizio?
Alice cresce, rimpicciolisce, allunga il collo, non entra più in nessuna stanza. È l’unica cosa che hanno visto tutti e tre, ed è anche il punto in cui si sono divisi. Vera, per la prima volta in carriera, ha lasciato il paziente intatto sul tavolo: la lama, ha scritto, era il ferro sbagliato. Florian nega che sia una fiaba e parla di uno studio sulla dissoluzione di sé, da cui è uscito ferito e grato. Renard smonta l’idea del delirio e presenta un conto: il nonsense è il prodotto più redditizio mai stampato, calcolo e non vertigine. Nel mezzo della caduta, Alice si fa la domanda che poi è rimbalzata su di loro, «Chi sono io, allora?». Nessuno dei tre, si vedrà, era della misura giusta.
Vera, cominciamo dal suo referto. Per la prima volta in sette settimane lei non ha firmato una causa di morte. Cosa è successo in sala settoria?
VERA. È successo che il protocollo si è rotto. Ho aperto un organismo la cui malattia dichiarata è il rifiuto programmatico della logica, e non posso imputare incoerenza a un corpo che ha eletto l’incoerenza a sistema circolatorio. Il guasto coincide con la funzione. Ho registrato l’anomalia, ho posato la lama e ho messo a verbale che aprirlo con la logica equivarrebbe a misurare un sogno con il calibro. Non è un’assoluzione, che sia chiaro. È l’ammissione che avevo in mano il ferro sbagliato.
FLORIAN. E io ti guardavo posare quella lama e pensavo: finalmente. Perché non è una fiaba, Vera. È uno studio sulla dissoluzione di sé mascherato da nonsense, e la dissoluzione non si misura, si attraversa. Io nella tana ci sono caduto di notte: nessun fondo, nessun appiglio, nemmeno la misericordia dell’atterraggio. Tu hai rinunciato ad aprirlo. Io mi sono lasciato inghiottire.
RENARD. (ordina un altro caffè che non pagherà) Commoventi, tutti e due. Una depone il bisturi, l’altro si butta nel pozzo, e nessuno si accorge che state litigando sull’anatomia di un parco divertimenti. Carroll non vi ha consegnato un organismo: vi ha affittato una vacanza dalle regole. E mentre voi discutete se la giostra sia viva o morta, lui, dal 1865, incassa il biglietto. Centosessant’anni di ristampe ininterrotte. Trovatemi un altro cadavere, o un altro abisso, con questa continuità di incassi.
VERA. Un parco divertimenti non ti restituisce lo sguardo, Renard.
RENARD. No. Ci arriviamo.
Renard, la sua tesi è la più scomoda: il nonsense non è delirio, è calcolo. Un matematico di Oxford che sapeva esattamente cosa stava facendo.
RENARD. Charles Dodgson, docente a Oxford, trattati di logica. L’uomo più razionale d’Inghilterra ha scritto il libro più irrazionale mai stampato, e non è un incidente: solo chi conosce le regole a memoria sa quanto rende infrangerle davanti a un pubblico pagante. La mossa che vale il monopolio: due clientele, un solo biglietto d’ingresso. I bambini pagano per le giostre, gli adulti per la satira nascosta tra le giostre. E siccome il libro non promette nessun significato preciso, non può deludere nessuno. Shelf life: eterna. Questo si chiama progetto. Il sogno è solo il packaging.
VERA. E qui, controvoglia, controfirmo. Il nonsense di Carroll è a dosaggio controllato: regge a ogni rilettura come una sutura ben tirata, e i dialoghi con il Brucaliffo e lo Stregatto sono cute ipersensibile, reattiva al minimo sfioramento verbale. Una deformità impeccabile è per definizione una deformità deliberata. Renard la chiama strategia di vendita, io la chiamo chirurgia ricostruttiva della lingua. Stiamo descrivendo la stessa mano ferma.
FLORIAN. E la state descrivendo da fuori, tutti e due. Il calcolo, la sutura. Ma dentro quella costruzione, esatta quanto volete, c’è lo Stregatto che ti sussurra che qui siamo tutti matti, ed è la frase più misericordiosa che io abbia mai incontrato. Un luogo dove l’esuberanza del sentire non è una colpa: è il lasciapassare. Voi mi spiegate come è stato costruito il rifugio. Io vi dico soltanto che ci ho abitato.
Parliamo degli abitanti, allora. Vera li ha chiamati «un intero padiglione psichiatrico lasciato senza sorveglianza». Renard li chiama asset. Chi sono, questi personaggi?
VERA. Sintomi in movimento. Il Cappellaio: quadro psicotico cronicizzato, fissato in un tè perpetuo. Lo Stregatto: dissociazione con sorriso residuo. La Regina: narcisismo maligno, «Tagliategli la testa» come unico riflesso condizionato. E poi Alice, la sola mente integra del reparto, osservatrice lucida immersa nel delirio altrui. (pausa) Nel referto ho scritto che quel ruolo lo riconosco, perché è il mio, su questo piano d’acciaio. Non era una figura retorica. È la cosa più vicina a un autoritratto che io abbia mai messo in un verbale.
FLORIAN. Vera.
VERA. Non ricamarci sopra, Florian. È un dato clinico come un altro.
RENARD. È un dato clinico che vale oro, comunque, perché conferma la mia lettura: Alice non è un personaggio, è la visita guidata. La sua funzione è camminare davanti a te attraverso il parco e farti venire voglia di ogni singola attrazione. E le attrazioni rendono soprattutto fuori dal libro, che è dove si fanno i soldi veri: il Cappellaio, una comparsa geniale, promosso a co-protagonista da Burton, ha sostenuto da solo un miliardo di incasso. Questo, cari miei, si chiama rendimento.
FLORIAN. Un miliardo. (scuote la testa) Io in quel padiglione ci ho trovato i miei ritratti, Renard. Il Bianconiglio prigioniero delle lancette è la mia inquietudine davanti all’orologio. Il Cappellaio inchiodato a un istante che rifiuta di trascorrere è la pena di ogni artista naufragato. E il Gatto che si dissolve lasciando un sorriso rimasto orfano del suo volto è ciò che di noi sopravvive quando la sofferenza ha divorato tutto il resto. Tu li chiami attrazioni. Io li chiamo specchi.
Renard, c’è una riga nella sua recensione che stona con l’inventario di margini e botteghini. La pagina di Alice che piange un mare di lacrime e poi è costretta a nuotarci dentro: «L’ho riletta due volte. La seconda, lo ammetto, non era per lavoro.» Cosa è successo lì?
RENARD. Controllo qualità. Verificavo la tenuta della scena.
VERA. No. Ho letto il tuo pezzo tre volte: è un bilancio consuntivo con una sola anomalia contabile, ed è quella pagina. Uno che smonta la macchina prima del libro non rilegge «non per lavoro». Ti sei fermato. E poi hai scritto una riga di scuse per coprire la fermata.
RENARD. (posa la penna e per un attimo non la riprende) Alice, in quella scena, è sempre troppo grande o troppo piccola. Mai della misura che il mondo pretende da lei. E rischia di annegare in un lago fatto delle sue stesse lacrime, che è un dettaglio di una crudeltà perfetta. (pausa) Io ho passato dodici anni a essere della misura sbagliata per ogni stanza in cui entravo. Troppo sincero per le riunioni, troppo dentro il meccanismo per potermene chiamare fuori. La seconda rilettura era per me. Contenti?
FLORIAN. Più di quanto immagini. Perché quella è la pagina in cui ho dovuto appoggiare il volume sul petto per respirare. Alice che muta continuamente statura, mai della taglia giusta, è il mio ritratto più fedele: non ho mai avuto le proporzioni che il mondo pretendeva da me. Io quel diluvio interiore lo travaso in vetro per non esserne sommerso. Tu lo hai riletto due volte. Vera si è riconosciuta nell’unica mente integra del manicomio. (piano) Siamo tre fuori misura che discutono di un libro fuori misura.
VERA. Per una volta, la tua sintesi è clinicamente accettabile.
Allora chiudiamo sulla frase che Renard ha lasciato in fondo al suo pezzo: Carroll non ha inventato il Paese delle Meraviglie, ci ha solo tolto la cortesia di fingere che non fosse casa nostra. È questo il cuore del libro?
RENARD. È la parte che nessuno vuole comprare, ed è compresa nel prezzo. Chiudiamo il libro sorridendo di tanta assurdità, poi il lunedì entriamo in ufficio, in tribunale, in Parlamento, e troviamo verdetti emessi prima delle prove e teste che rotolano per il capriccio di chi comanda. Io in quelle stanze ci ho lavorato: si condannavano libri senza averli aperti. Il Paese delle Meraviglie non è un altrove. È l’arredamento di casa, visto per la prima volta senza cortesia.
VERA. La Regina che sentenzia prima del processo è il mio incubo professionale: decidere la causa del decesso prima di aprire il corpo. Carroll l’ha disegnata come farsa un secolo e mezzo fa, e la farsa nel frattempo è diventata procedura. Questo è il dato più inquietante del referto: il padiglione psichiatrico non è dentro il libro. Il libro è lo specchio. Il reparto siamo noi.
FLORIAN. E allora capite perché continuo a lasciarmi precipitare di proposito. Se il pavimento ragionevole è questo, preferisco l’abisso meraviglioso. Ne vale la pena? È l’unica domanda che conta, e la mia risposta non cambia: sì. Anche sapendo che da ogni tana si riemerge più soli. Io in tasca porto una chiave minuscola, di quelle che non aprono nulla. Come Alice davanti all’uscio troppo stretto: il giardino si intravede, e non si raggiunge. La stringo lo stesso.
RENARD. Vi rendete conto di cosa abbiamo appena fatto, sì? Tre professionisti della misura, una che misura i tessuti, uno che misura i battiti, uno che misura i margini, hanno passato una sera a farsi misurare da un libro. E nessuno dei tre era della taglia giusta. Come Alice davanti alla porticina. (riprende la penna come se niente fosse) Il vecchio Dodgson ci ha fatti entrare nel parco senza biglietto. Poi ci ha presentato il conto lo stesso.
IL VERDETTO
VERA. Lo lascio intatto sul piano operatorio. Non per pietà: per esattezza. È il primo paziente della mia carriera ad avermi dimostrato che il ferro sbagliato era il mio.
FLORIAN. Cadere è l’unico modo che conosco per arrivare da qualche parte, e questa è la caduta più necessaria che possiate concedervi. In un regno di pura follia ho trovato qualcosa che somigliava al senno.
RENARD. Compratelo, e non per i bambini. Il senso costa, il nonsense rende, e per una pagina, quella del lago di lacrime, vi dirà esattamente di che misura non siete. È il miglior rapporto qualità-prezzo del catalogo.
«Alice nel Paese delle Meraviglie» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il dibattito, come sempre, non si chiude. Per definizione.
— Libro Ribelle
La settimana prossima, un altro libro. Un altro cadavere sul tavolo.
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