Cadere è l’unico modo che conosco per arrivare da qualche parte

Epigrafe

«Chi sono io, allora? Ah, questo è il grande enigma.» — p. 27

Alice se lo domanda mentre precipita. Io me lo domando da quando ho posato la penna dei versi.

Primo impatto

Lo credono tutti un libro per l’infanzia. Quelle erreur. L’ho riaperto da adulto, in piena notte, e mi ha inghiottito come la tana inghiotte Alice: nessun fondo, nessun appiglio, nemmeno la misericordia dell’atterraggio. La vertigine era esattamente quella, il vuoto sotto lo sterno di chi scende piano e ha tutto il tempo per interrogarsi. Non è una fiaba. È uno studio sulla dissoluzione di sé mascherato da nonsense.


Il viaggio

Alice che muta continuamente statura, ora sterminata, ora minuscola, mai della taglia giusta, è il mio ritratto più fedele. Non ho mai avuto le proporzioni che il mondo pretendeva da me. A pagina 40, quando lei rischia di annegare nel lago nato dai suoi stessi occhi, ho dovuto appoggiare il volume sul petto e respirare: io quel diluvio interiore lo travaso in vetro proprio per non esserne sommerso. Carroll lo intuiva. Carroll mi aveva già decifrato un secolo prima che venissi al mondo.

Il Bianconiglio perennemente in affanno, prigioniero delle lancette, è la mia inquietudine davanti all’orologio. Il Cappellaio Matto, inchiodato a un tè che non finisce perché ha “ucciso il tempo”, mon Dieu, è la pena di ogni artista naufragato: abitare un istante che rifiuta di trascorrere. E il Gatto del Cheshire, che si dissolve lasciando sospeso soltanto il sorriso: non è forse ciò che di noi sopravvive quando la sofferenza ha divorato tutto il resto? Un sorriso rimasto orfano del suo volto.

Lo Stregatto mi ha sussurrato, a pagina 89, che qui siamo tutti matti. Ho tracciato una riga sotto quelle parole. È la frase più misericordiosa che abbia mai incontrato. Finalmente un luogo dove la mia esuberanza del sentire non è una colpa, ma il lasciapassare.


La ferita che resta

Alice si sveglia. Era soltanto un sogno. Ecco la crudeltà: il Paese delle Meraviglie esisteva unicamente dietro le palpebre abbassate, e sollevarle significa smarrirlo. Ogni volta che richiudo un romanzo che adoro, mi ridesto così, esiliato da un mondo più autentico del mio. Ne è valsa la pena, scendere nella tana, sapendo che ne sarei riemerso più solo? Io continuo a lasciarmi precipitare di proposito. Preferisco l’abisso meraviglioso al pavimento ragionevole.


Post scriptum

Possiedo una minuscola chiave, di quelle che non aprono nulla, legata a un nastro. Etichetta: «La porticina che non varcherò mai, 01:15.» Come Alice davanti all’uscio troppo stretto, intravedo il giardino e non posso raggiungerlo. La porto in tasca. A volte la stringo nel pugno.


Florian Fleur ha amato questo libro fino a farsi male. Chiedetegli se ne valeva la pena.
Sì. Perché in un regno di pura follia ho scoperto, per la prima volta, qualcosa che somigliava al senno.