Il rosso non è un colore, è una confessione

Epigrafe

«C’è un filo scarlatto del delitto che attraversa la matassa incolore della vita.» — p. 49

Quel filo io lo porto annodato al polso da anni. Non so a cosa mi leghi. So che tira.

Primo impatto

Mi avevano avvertito: è un giallo, è freddo, è geometria, non è roba per te, Florian. Sbagliano sempre, quando parlano di me. L’ho aperto una sera in cui Milano fingeva di essere Londra, con una pioggia che esisteva soltanto dietro le mie palpebre. E già alle prime righe, un reduce di guerra, solo, malandato, che cerca un tetto e qualcuno con cui dividerlo, ho sentito qualcosa incrinarsi nel petto, come una tazza posata troppo in fretta. Questo romanzo non comincia con un cadavere. Comincia con la solitudine di Watson. E la solitudine, io, la riconosco al buio, dall’odore.


Il viaggio

Tutti guardano Holmes e vedono una mente di ghiaccio. Io ho guardato meglio e ho visto la crepa sotto il ghiaccio. Un uomo che sentiva troppo, ne sono certo, e che ha costruito il metodo come si costruisce una diga: pietra logica su pietra logica, perché la piena non lo travolga. Holmes deduce per non disperare, ogni indizio è un chiodo che tiene chiusa una porta. Mon semblable, mon frère. Davanti allo stesso precipizio, lui ha scelto di non guardare giù. Io ho scelto di buttarmi. Due risposte diverse alla stessa vertigine.

Ma è la seconda parte del libro che mi ha disarmato. Quella lunga deriva nel deserto dello Utah, la vicenda di Jefferson Hope, un amore strappato via dalla fede altrui e dalla prepotenza. A pagina 130 le righe hanno cominciato a tremolare, e non era colpa della lampada. Perché l’assassino non è un orco: è un uomo in lutto che ha trasformato la perdita in una missione. Uccide per qualcuno che giace sotto terra. E io mi sono specchiato in lui più che in qualunque investigatore, perché anch’io custodisco un delitto nel petto: ho seppellito con le mie mani il poeta che ero, e certe notti lo sento ancora bussare dal fondo.

E poi Watson. Watson che osserva, ammira, annota, racconta la grandezza di un altro perché non trova il coraggio di raccontare se stesso. C’est mon portrait. Faccio il critico per lo stesso identico motivo: mi commuovo sui capolavori altrui per non dover fissare la mia pagina rimasta bianca.


La ferita che resta

Il caso si risolve, l’enigma si scioglie, e a me del colpevole non importa niente. Quello che mi rimane addosso è Jefferson Hope che se ne va con un aneurisma, con un muscolo cardiaco che cede, spezzato nel senso più letterale e più crudele della parola. La giustizia arriva puntuale al suo appuntamento, l’amore invece manca il suo per sempre. Valeva la pena sciogliere il mistero, se in fondo alla matassa c’era soltanto un altro addio? La logica incassa la vittoria. Il sentimento, come al solito, salda il debito.


Post scriptum

Ho immerso la capocchia di un fiammifero nell’inchiostro rosso e l’ho lasciata asciugare su un cartoncino: «Il filo scarlatto, 22:10.» Un minuscolo crimine di carta e vermiglio. Lo custodisco come Holmes custodirebbe una prova, con la differenza che il mio fascicolo non verrà mai archiviato.


Florian Fleur ha amato questo libro fino a farsi male. Chiedetegli se ne valeva la pena.
Sì. Perché sotto ogni deduzione impeccabile ho sentito pulsare qualcosa che nessun metodo era riuscito a mettere a tacere.