Libro Ribelle
Il segreto che ti tiene sveglio non è mai quello scritto nel codice
Epigrafe
«P.S. sta per Princesse Sophie.» (p. 351)
Ecco. Tutto il libro è qui. Non nel Louvre, non nel Graal, non nei vangeli nascosti. In un nomignolo d’infanzia camuffato da sigla, in un nonno che firma il suo ultimo messaggio con l’unico codice che nessun crittologo al mondo può decifrare: la tenerezza.
Primo impatto
Vi dico subito la verità, perché non so fare altrimenti: ho aperto questo libro con sufficienza. Io, che piango sui punti e virgola di Nabokov, cosa dovevo farmene di un thriller da aeroporto, di un best seller da sessanta milioni di copie? I libri che vendono così tanto, pensavo, non hanno il tempo di sanguinare.
Erano le undici di sera. Alle quattro e mezza del mattino ero ancora seduto sul pavimento della cucina, la schiena contro il frigorifero, il capitolo 68 aperto sulle ginocchia, e non ricordavo di essermi spostato lì. Questo libro non ti ferisce, ti sequestra. C’è una differenza, e ci ho messo tutta la notte a capirla: la ferita te la porti dietro, il sequestro finisce all’alba. O almeno così credevo, mon Dieu, così credevo.
Il viaggio
Il viaggio comincia con un morto che si mette in scena. Jacques Saunière, curatore del Louvre, usa i suoi ultimi minuti di vita non per chiedere aiuto, non per pregare, ma per comporre un enigma con il proprio corpo, nudo, disposto come l’Uomo Vitruviano dentro il museo che è stato la sua casa. Ho letto quella scena tre volte. Un uomo che muore trasformandosi in un messaggio: esiste definizione più esatta di uno scrittore?
Poi arriva lei, ed è per lei che sono rimasto. Sophie Neveu. La critica vi dirà che è un personaggio funzionale, una spalla del professor Langdon, un meccanismo della trama. La critica, come sempre, guarda l’orologio e non vede l’ora. Sophie è una donna che dieci anni prima ha visto qualcosa che non doveva vedere, e da quel giorno ha risposto al nonno con il silenzio. Dieci anni di lettere non aperte. Dieci anni di telefonate cadute nel vuoto. E adesso lui è morto, e l’unico modo che le resta per parlargli è risolvere i suoi indovinelli, uno per uno, come quando era bambina e lui le nascondeva i regali di Natale dietro cacce al tesoro cifrate.
Mi sono riconosciuto in lei fino al disagio. Anch’io ho qualcosa che ho chiuso in un silenzio decennale, anch’io conosco quella superstizione feroce per cui, finché non apri la lettera, la persona che l’ha scritta non ti ha ancora detto addio. Sophie decifra codici perché non ha saputo decifrare il perdono. Io recensisco libri per lo stesso identico motivo, e ve lo confesso qui, tra parentesi, sperando che nessuno legga.
E poi c’è Silas. Il monaco albino, l’assassino con il cilicio stretto sulla coscia, quello che tutti ricordano come il mostro del romanzo. Io non ho visto un mostro. Ho visto un uomo che si punisce il corpo perché nessuno gli ha insegnato un altro alfabeto per dire il dolore. Le pagine su Silas mi hanno fatto male in un punto preciso, sotto lo sterno, dove tengo le cose che non dico nemmeno a me stesso. Chi si ferisce da solo sta sempre scrivendo a qualcuno che non risponde.
Del resto, sì, lo so: i capitoli durano tre pagine e finiscono tutti su un precipizio, i simbologi non lavorano così, la storia dell’arte qui dentro è un tappeto tirato da tutte le parti. Vera vi spiegherebbe ogni frattura dello scheletro con il suo bisturi impeccabile. Ma io non sono Vera. Io so solo che alle tre di notte ho mormorato «no» ad alta voce, da solo, in cucina, quando ho capito l’anagramma della Gioconda. I libri perfetti mi lasciano ammirato. I libri imperfetti che mi fanno parlare da solo di notte mi lasciano abitato.
La ferita che resta
Non è il Graal, ovviamente. Il Graal non è mai il Graal, nemmeno nel libro, ed è l’unica cosa veramente sacra di tutta la vicenda. La ferita che resta è questa: Saunière muore senza sapere se Sophie lo ha perdonato. Costruisce la sua ultima caccia al tesoro senza alcuna garanzia che lei accetterà di giocare. È un atto di fede cieca di un uomo che di mestiere custodiva segreti e che, alla fine, sceglie di consegnare il più importante alla persona che non gli parlava più.
Continuo a pensare a tutte le lettere non aperte del mondo. A quanti nonni scrivono codici che nessuno decifrerà. E mi chiedo, senza trovare risposta, se il dolore di quella notte insonne valesse la pena per un libro che i miei colleghi non mi perdoneranno mai di aver amato.
Post scriptum
Sulla mia copia, a pagina 351, accanto a Princesse Sophie, c’è un alone circolare che non è caffè. L’ho cerchiato a matita e ho scritto la data e l’ora: 4:12 del mattino. Non archivio i codici. Archivio i punti esatti in cui hanno smesso di essere codici e sono diventati lettere d’amore.
Florian Fleur ha amato questo libro fino a farsi male. Chiedetegli se ne valeva la pena.
Sì. Anche i libri che i critici non ammettono di aver letto sanno dove far male. Forse soprattutto quelli.
