Libro Ribelle
La più bella voce del mondo mente
Epigrafe
«Potete sempre contare su un assassino per una prosa ricercata.» — p. 11
Primo impatto
L’ho aperto di sera, con la diffidenza di chi entra in una casa di cui tutti parlano male. Conoscevo la reputazione, lo scandalo, il nome che è diventato un’etichetta prima ancora che un romanzo. Credevo di essere preparato. Non lo ero.
Perché nessuno mi aveva detto la cosa più importante: che questo libro non ti aggredisce. Ti corteggia. Le prime pagine sono musica, una musica così perfetta che per qualche minuto ho dimenticato chi stava suonando. Poi me ne sono ricordato, e ho sentito freddo. Erano le undici di sera, la lampada accesa, il tè ormai tiepido, e io avevo appena capito che il libro che tenevo in mano era una trappola, e che la trappola ero io. Nabokov non racconta un mostro. Ti presta la sua voce, e la voce è splendida, e tu la ascolti, e ascoltandola diventi il suo pubblico, il suo giurato, quasi il suo complice. Ho chiuso il libro dopo trenta pagine. L’ho riaperto dopo dieci minuti. Ecco, in quei dieci minuti c’è tutta la mia recensione.
Il viaggio
Devo confessare una cosa che mi costa. Io, che mi specchio in ogni personaggio, che cerco il mio volto perfino nei cattivi minori, in Humbert Humbert ho rifiutato di specchiarmi. È la prima volta. E ho capito che questo rifiuto era esattamente ciò che il libro voleva da me: la fatica, riga dopo riga, di resistere a una voce che chiede assoluzione con le parole più belle del secolo. Humbert è un avvocato che difende l’indifendibile davanti a una giuria di lettori, e la sua arringa è così elegante che devi continuamente ricordarti cosa sta difendendo. C’est un monstre qui chante. Un mostro che canta. E il canto è il crimine numero due.
Il mio viaggio dentro questo libro è stato allora una caccia. Non cercavo Humbert, lo sentivo fin troppo. Cercavo lei. Dolores Haze. La bambina vera sepolta sotto il nome inventato, perché “Lolita” non è una persona, è una prigione di due sillabe costruita da un uomo adulto. E Nabokov, questo è il suo genio segreto, la lascia intravedere. Nelle crepe. Nei momenti in cui la retorica di Humbert si incrina per una riga e passa uno spiffero di verità: il pianto di lei, ogni notte, ogni singola notte, quando crede che lui dorma. Ho sottolineato quella pagina con la mano che tremava. Non c’è, in tutta la letteratura che ho attraversato, un dolore raccontato con meno parole e più peso. Un romanzo intero di monologhi sontuosi, e la verità sta in un singhiozzo sentito attraverso una porta.
E poi la scena del tennis, dove Dolores gioca con una grazia che non serve a vincere, che non serve a niente, che è pura, e Humbert la guarda e per un attimo perfino lui intuisce di avere davanti una vita intera che non gli appartiene e che sta consumando. E poi le città, i motel, quell’America di neon e distributori attraversata come una fuga senza inseguitori, dove il paesaggio è immenso e la gabbia viaggia con loro.
Mi sono specchiato, sì, alla fine. Ma in lei. Nella bambina a cui è stata tolta la voce dentro il suo stesso libro. Io che scrivo per non marcire, io che ho fatto della mia ferita una vetrina, ho pensato: e chi non può raccontarla, la propria ferita? Chi la vive dentro il racconto di un altro, prigioniera della versione del suo carnefice? Dolores Haze è tutte le storie raccontate dalla parte sbagliata. Per questo il libro fa male due volte: per quello che accade, e per come ci viene detto.
La ferita che resta
Il finale. Lei a diciassette anni, sposata, incinta, povera, con gli occhiali, in una casetta di legno, e si fa chiamare con un altro nome, come se scappare da “Lolita” fosse l’unico modo di tornare Dolores. E Humbert che arriva ancora una volta a recitare la sua tragedia davanti a una donna che gli chiede, semplicemente, dei soldi per ricominciare. Lì il romanzo mi ha spezzato, perché lì, finalmente, lei parla. Poche frasi, pratiche, stanche, adulte. E in quelle frasi c’è tutta la vita che le è stata rubata, raccontata con la calma di chi ha smesso perfino di chiedere giustizia.
La ferita che mi resta non è un’immagine. È un silenzio. È il romanzo intero riletto al contrario, dalla parte della porta chiusa, dalla parte del pianto notturno. Ne valeva la pena, tutto questo dolore così ben scritto? Me lo chiedo ancora. Forse la bellezza della prosa è l’ultima crudeltà del libro. O forse è l’unico risarcimento possibile: che almeno la prigione avesse le pareti affrescate, perché noi, guardando gli affreschi, non smettessimo mai di ricordare che era una prigione.
Post scriptum
Sul mio taccuino, alla pagina di questo libro, non ho incollato la solita boccetta di lacrime. Ho scritto invece, in stampatello, un nome: DOLORES HAZE. Nient’altro. E accanto, a matita, piccolissimo: pardonne-nous. Perdonaci. A tutti noi lettori che per trecento pagine l’abbiamo chiamata con il nome che le aveva dato lui.
Florian Fleur ha amato questo libro fino a farsi male. Chiedetegli se ne valeva la pena.
Sì. Ma è un sì che chiedo il permesso di pronunciare a bassa voce, perché questa volta la ferita non era la mia, e amare un libro simile significa soprattutto non dimenticare mai a chi apparteneva davvero il dolore.
