libro ribelle

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Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice cresce, rimpicciolisce, allunga il collo, non entra più in nessuna stanza. È l'unica cosa che hanno visto tutti e tre, ed è anche il punto in cui si sono divisi. Vera, per la prima volta in carriera, ha lasciato il paziente intatto sul tavolo: la lama, ha scritto, era il ferro sbagliato. Florian nega che sia una fiaba e parla di uno studio sulla dissoluzione di sé, da cui è uscito ferito e grato. Renard smonta l'idea del delirio e presenta un conto: il nonsense è il prodotto più redditizio mai stampato, calcolo e non vertigine. Nel mezzo della caduta, Alice si fa la domanda che poi è rimbalzata su di loro, «Chi sono io, allora?». Nessuno dei tre, si vedrà, era della misura giusta.

Alice nel paese delle meraviglie

Copertina di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll

Un pomeriggio d'estate una bambina annoiata vede passare un coniglio bianco con il panciotto e l'orologio da taschino, e lo segue nella sua tana. La caduta non ha fondo. Quello che Alice trova sotto è un mondo che ha revocato ogni regola: si cresce e si rimpicciolisce bevendo da una boccetta, il tè delle cinque non finisce mai, un gatto scompare lasciando sospeso in aria soltanto il suo sorriso, e una Regina di Cuori distribuisce condanne a morte come saluti.

Uno studio in rosso

«E chi legge voi?» Non avrebbero dovuto rispondere, e invece hanno risposto tutti e tre. La domanda era arrivata alla fine di un'ora passata a non trovarsi d'accordo su niente. Vera aveva refertato un organismo chimerico, due creature cucite insieme che non hanno mai imparato a scambiarsi il sangue. Florian giurava di aver sentito, sotto il ghiaccio del metodo, il battito più fragile mai trovato in un giallo. Renard liquidava tutto come l'affare peggiore della storia editoriale, venticinque sterline per l'immortalità. Poi qualcuno ha ricordato che cosa fa davvero Holmes: ti guarda i polsini e sa tutto di te. È la fantasia di essere letti, aveva scritto Renard, come si legge un libro amato. Ecco perché la domanda ha fatto male.

Uno studio in rosso

Copertina di Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle

Londra, 1887. Il dottor John Watson torna dall'Afghanistan con una ferita alla spalla, una pensione modesta e nessun posto dove andare. Un conoscente gli presenta un tipo singolare che cerca qualcuno con cui dividere l'affitto di un appartamento in Baker Street: si chiama Sherlock Holmes, batte i cadaveri nelle sale anatomiche per studiare i lividi post mortem e sostiene di esercitare un mestiere che non esiste ancora, il consulente investigativo.

Colazione da Tiffany

Renard è arrivato con la sua copia e l'ha lasciata chiusa per la prima mezz'ora, cosa che non gli succede mai. Forse perché stavolta c’era una macchina da smontare. Vera ha firmato un referto che somiglia a un elogio, paziente vivo, mai capito fino in fondo. Florian confessa di aver amato Holly Golightly fino a bucare la carta con la matita. Renard la chiama brand e non personaggio, il prodotto aspirazionale meglio confezionato del Novecento, salvo poi chiudere la recensione con una riga che ha detto di non aver dovuto scrivere. Il libro parla precisamente di questo, una donna che si inventa un nome, una voce e una vita per non farsi trovare. Erano seduti in tre, e tutti e tre firmano con un nome che si sono scelti.

Colazione da Tiffany

Copertina di Colazione da Tiffany di Truman Capote

New York, autunno del 1943. In una palazzina di arenaria dell'Upper East Side, un giovane scrittore senza nome e senza pubblicazioni, incontra la sua vicina di casa: Holiday Golightly, "in transito", come recita il biglietto da visita accanto al campanello. Diciannove anni dichiarati, un gatto senza nome, un appartamento arredato come una sala d'attesa e un'agenda fitta di uomini facoltosi che la portano a cena e le lasciano cinquanta dollari "per la toilette".