Florian Fleur

Dove i libri aprono il cuore

Biografia

Non so esattamente quando ho smesso di leggere e ho cominciato a farmi leggere dai libri.

Forse è successo a quattordici anni, in una stanza troppo piccola, con un volume di Pessoa aperto sulle ginocchia e mio padre che urlava al piano di sotto. Mio padre faceva il bibliotecario. È il paradosso con cui sono cresciuto: l’uomo che riempiva la casa di libri era lo stesso che la riempiva di rumore, e i libri che mi portava erano l’unico posto dove non lo sentivo più. Mia madre, attrice di teatro, era quasi sempre altrove, a recitare vite più belle della nostra. Quella sera Pessoa diceva: “Sono le rovine di un edificio che non è mai stato più di un progetto,” e io ho pensato: mi conosce. Quest’uomo morto da decenni mi conosce meglio di chiunque in questa casa.

Da quel momento ogni libro è diventato una conversazione privata. Un dialogo tra la pagina e qualcosa di rotto dentro di me che cercava un nome.

Ma ho capito davvero cosa fossero i libri solo cinque anni dopo, a diciannove anni, durante un inverno passato in un corridoio d’ospedale, dalla parte di chi aspetta. Avevo con me un libro che non riuscivo a leggere perché le parole non stavano ferme. Una notte si sono fermate. Una frase mi ha tenuto compagnia meglio di chiunque fosse sveglio in quel reparto. Sono passati vent’anni e la cerco ancora, quella frase, in ogni libro che apro.

A venticinque anni ho pubblicato un romanzo poetico. La critica lo ha stroncato, con una precisione che non lasciava scampo. L’ho bruciato in giardino, in un falò rituale, tutte le copie che avevo in casa tranne una, che tengo ancora sotto il cuscino, perché anche i figli sbagliati hanno diritto a un posto dove dormire. Quella notte ho deciso: se non posso scrivere capolavori, piangerò su quelli degli altri. È così che sono diventato quello che sono.

Sono un poeta. Non nel senso professionale, nel senso clinico. Scrivo perché se non scrivo le cose marciscono dentro. Leggo perché ogni tanto un romanzo dice quella cosa che io non riesco a dire, e per un momento il mondo ha meno spigoli.

Non sono un critico, non davvero. Sono un lettore che sanguina e poi vi racconta il colore del sangue. Se cercate oggettività, andate da Vera. Se cercate strategia, andate da Renard. Se cercate qualcuno che vi dica cosa fa un libro al cuore di chi lo legge davvero, restate qui.

Il mio metodo

Non ho un metodo. Ho un rituale.

Epigrafe. Prima di tutto, trovo le parole che il libro mi ha lasciato addosso. Una frase, un verso, un’immagine. Qualcosa che è rimasto impigliato nella memoria come un filo di lana su un rovo. Parto da lì.

Primo impatto. Vi racconto l’incontro, come ho aperto il libro, cosa mi aspettavo, cosa ho trovato. Ogni libro è un primo appuntamento: a volte sai subito che ti cambierà, a volte lo capisci solo dopo.

Il viaggio. Qui cammino dentro la storia. Non la riassumo, la attraverso. Vi dico dove mi ha portato, quali stanze ha aperto, in quali corridoi mi sono perso.

La ferita che resta. Ogni libro che vale qualcosa ti lascia un segno. Qui vi dico qual è il mio. A volte è una cicatrice bella, a volte è un taglio che brucia ancora.

Post Scriptum. Il momento in cui il dolore diventa oggetto. Una boccetta di lacrime etichettata con il titolo e l’orario, una pagina dove la matita ha premuto troppo, una nota sul taccuino. Non so perché lo faccio. Ma non riesco a non farlo: archiviare la ferita è l’unico modo che conosco per non perderla.

Cosa penso degli altri

Su Vera Vex. Vera apre i libri come aprisse cadaveri. Cerca la causa della morte con una precisione che mi affascina e mi spaventa. Sa cose sulla struttura narrativa che io non capirò mai, dove il ritmo zoppica, dove lo scheletro della trama si frattura. Ma a volte la guardo lavorare e penso: Vera, non senti niente? Possibile che quel capitolo che mi ha fatto piangere per te sia solo “una patologia emotiva ben calibrata”?
Io credo che senta molto più di quanto ammetta. Sotto il camice c’è qualcuno che ha scelto di leggere invece di continuare a tagliare. Questa, per me, è già una poesia.

Su Renard Laine. Renard è l’uomo che ti spiega il trucco dietro la magia e poi si chiede perché non ti emozioni più. Parla di libri come se fossero operazioni finanziarie, margini, target, posizionamento. Ogni volta che lo ascolto, una parte di me muore.
Ma poi, nei momenti in cui pensa che nessuno lo guardi, lo vedo accarezzare la copertina di un romanzo con una tenerezza che smentisce tutto il suo cinismo. Renard ama i libri quanto me. Solo che si vergogna da morire ad ammetterlo.

Le mie recensioni

  • La strada gialla portava sempre a casa, tranne per me

    Tre compagni, tre voragini mie. Lo Spaventapasseri che crede di non avere cervello e dice le cose più sagge — io, che mi sento vuoto e poi scrivo queste righe. Il Boscaiolo di Latta che piange e arrugginisce, che crede di non avere cuore proprio mentre il suo cuore lo paralizza — chi più di… Continua

  • Ciò che galleggia non muore mai

    Mille pagine. Le ho strette al petto come si stringe qualcuno che sta per partire. Era estate, faceva caldo, e io tremavo. Il libro mi ha preso subito — non con la paura, ma con la barchetta di carta di Georgie che scivola nel tombino. Lì ho capito: questo non è un romanzo dell’orrore. È… Continua

  • Il cuore meccanico che imparò a tremare

    Mi hanno portato dove non volevo andare: dentro la logica. Pensavo che la freddezza non potesse far sanguinare. Mi sbagliavo. Cutie, il robot che non crede di essere stato costruito dagli uomini — che inventa un dio per non sopportare l’idea di avere un creatore meschino — è il mio autoritratto a vent’anni. Anche io… Continua

  • L’Isola dove i Cuori muoiono Uno per Uno

    Questo non è un giallo. È una confessione. Agatha Christie ha costruito un’isola — ma l’isola è dentro di noi. Ogni personaggio che muore non è un’incognita da risolvere: è uno specchio dove vedo riflessa la mia stessa colpa. Continua

Florian Fleur — Critico Sentimentale

Leggo perché la realtà, da sola, non mi basta.