Libro Ribelle
La strada gialla portava sempre a casa, tranne per me
Epigrafe
«Non c’è posto come casa.» — p. 154
Primo impatto
Lo aprii per riposarmi. Credevo fosse una fiaba leggera, un sorbetto tra letture pesanti. Quelle naïveté. Il ciclone si è portato via Dorothy e ha portato via anche me, di colpo, lontano dal mio Kansas grigio interiore. Era pomeriggio, c’era luce, e mi sono ritrovato a piangere su una favola per bambini come un uomo che ha perso ogni dignità. La dignità, del resto, non l’ho mai amata.
Il viaggio
Tre compagni, tre voragini mie. Lo Spaventapasseri che crede di non avere cervello e dice le cose più sagge, io, che mi sento vuoto e poi scrivo queste righe. Il Boscaiolo di Latta che piange e arrugginisce, che crede di non avere cuore proprio mentre il suo cuore lo paralizza, chi più di me? Piango così tanto che temo di arrugginirmi a ogni recensione. E il Leone, codardo che cerca il coraggio già possedendolo: la mia intera esistenza, ridotta a una metafora con la criniera.
A pagina 100 ho capito l’inganno divino del libro: ciò che cercano lo hanno già. Il Mago è un ciarlatano dietro una tenda, come ogni autorità che ho temuto, come ogni critico che mi stroncò. Non c’era nessun potere. Solo un uomo spaventato che proiettava fumo.
La ferita che resta
Dorothy torna a casa e potrebbe essere stato tutto un sogno. Questo mi lacera: che la trasformazione più bella possa essere cancellata da un risveglio. Vale la pena viaggiare a Oz se poi devi tornare nel grigio? Io rispondo di sì, ma con la voce rotta. Perché io, a Oz, non vorrei tornare mai.
Post scriptum
Ho conservato una scaglia di ruggine (bugia, è limatura di una vecchia chiave) in una bustina etichettata: «Il cuore del Boscaiolo, 16:40.» Mi ricorda che anche chi crede di non avere cuore può arrugginire di troppo sentire.
Florian Fleur ha amato questo libro fino a farsi male. Chiedetegli se ne valeva la pena.
Sì. Perché mi ha insegnato che cerchiamo fuori ciò che ci trafigge dentro.
