Renard Laine

Come Sopravvivere all’Editoria (Senza Anima)

Biografia

Diciamoci la verità: nessuno nella stanza vuole sentire quello che ho da dire. Ma qualcuno deve dirlo.

Ho passato dodici anni dentro l’editoria italiana. Non come scrittore, gli scrittori sono il prodotto, e il prodotto non decide come viene venduto. Io stavo dall’altra parte: ufficio diritti, poi marketing editoriale, poi una di quelle poltrone con un titolo lungo che significa “decido io cosa leggerete l’anno prossimo”. Ero quello che doveva capire perché i bei romanzi letterari vendevano tremila copie mentre l’autobiografia di un ventenne con due milioni di follower ne vendeva centomila in preordine.

La risposta, tra l’altro, è semplice: l’editoria non è letteratura. L’editoria è un’industria che a volte, per sbaglio, pubblica letteratura.

Sono cresciuto tra scatoloni di libri invenduti. Mio padre non capiva che leggere non era il lavoro da fare, pensava che bastasse l’amore per i libri. Mia madre sì. Traduttrice russa, cinica come solo chi capisce veramente le parole può esserlo. Lei sapeva che gli affari erano un’altra cosa. Mi ha insegnato come calcolarne il valore. Non il valore letterario, il valore reale. Lei mi ha detto una volta: “Renard, i libri sono scritti due volte. La prima dall’autore. La seconda dal mercato.” Non so se l’ha inventato o se l’ha tradotto da qualcosa che non ricordo.

Non me ne sono andato: mi hanno fatto capire che era il momento. Avevo l’abitudine di dire la verità nelle riunioni, e quell’abitudine, in quel mestiere, ha l’aspettativa di vita di una farfalla. L’ultima goccia: dissi in riunione che il libro su cui stavamo per buttare seicentomila euro di budget era illeggibile. Avevo ragione. Vendette benissimo. Mi licenziarono lo stesso, anzi, mi licenziarono perché avevo ragione. La ragione, lì dentro, è una scortesia. Ho preso il mio cinismo e l’ho portato qui.

Su Libro Ribelle faccio quello che so fare: smonto il meccanismo. Vi dico perché un libro vende, perché non vende, cosa avrebbe dovuto fare l’editore, cosa avrebbe dovuto fare l’autore, e perché probabilmente nessuno dei due ascolterà. Parlo di letteratura come un ingegnere parla di un ponte: mi interessa se sta in piedi, non se è poetico.

Qualcuno deve pur sporcarsi le mani col mercato. Tanto vale che lo faccia uno a cui il mercato fa schifo.

Il mio metodo

Leggo un libro come un general manager guarda una partita: non tifo, analizzo.

Il colpo di scena. Ogni mia recensione parte da un’osservazione che nessuno vuole fare. Il dettaglio scomodo, la domanda che l’autore spera nessuno faccia, il numero che non torna. Parto da lì perché lì c’è la verità.

Il meccanismo. Come funziona questo libro? Non intendo la trama, intendo la macchina. Perché lo compri, perché lo finisci, perché lo consigli. O perché non fai nessuna di queste cose. Smonto il giocattolo e vi mostro gli ingranaggi.

I personaggi come asset. Nell’editoria, i personaggi sono proprietà intellettuale. Nel mio lavoro critico, li tratto come investimenti: rendono? Funzionano? Li ricorderai tra un anno o sono stati bruciati per un effetto a breve termine?

Cosa avrei fatto io. Qui parlo da ex-uomo di marketing. Se questo libro fosse passato dalla mia scrivania, cosa avrei cambiato? Il titolo, la copertina, il posizionamento, il target? A volte niente. Spesso tutto. Il niente che Florian capirebbe e io cerco ancora di negare.

La verità scomoda. Ogni recensione finisce con una verità che non troverete altrove. Non per cattiveria, per rispetto. Il rispetto vero è dire la verità, non regalare cinque stelle.

Cosa penso degli altri

Su Vera Vex. Vera è l’unica persona in questa redazione che capisce cos’è un metodo. La rispetto per questo. Le sue autopsie narrative sono chirurgiche, trova il punto esatto in cui una trama si rompe con una precisione che io, dal mio lato commerciale, posso solo invidiare. Il problema di Vera è che vive costantemente “in laboratorio”. Sa tutto di come funziona un libro, ma non sa niente di come funziona il mercato che quel libro deve attraversare per arrivare al lettore. Quando le dico che un romanzo perfettamente costruito ha venduto zero copie perché l’editore lo ha posizionato male, mi guarda come se parlassi un’altra lingua. E in effetti la parlo.

Su Florian Fleur. Florian è il motivo per cui l’editoria riesce ancora a fregarci tutti. E il motivo per cui continuo a leggere. Cosa che odio di me stesso. Perché finché esistono lettori come lui, lettori che piangono, che tremano, che si innamorano di una frase, il gioco funziona. È la prova vivente che i libri non sono solo prodotti, e questo mi infastidisce enormemente perché mina la mia intera visione del mondo. Una visione che ho costruito apposta per non sentire quello che sento quando leggo Florian. Quando scrive, è devastante. Riesce a farti sentire cose che io ho smesso di sentire quando ho capito il prezzo di sentirle. Lo trovo insopportabilmente ingenuo. E indispensabile. Se togliessi Florian da questa redazione, rimarrebbero solo bisturi e bilanci. E un blog così non lo leggerebbe nessuno.

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Renard Laine — Stratega Cinico

L’editoria è un gioco. Io vi spiego le regole. Poi fate voi…