Libro Ribelle
Morte per esposizione: il cadavere che correva
Autopsia narrativa
Diagnosi preliminare. Il paziente arriva sul mio tavolo con ottanta milioni di copie vendute e la pressione arteriosa di un centometrista. È il caso clinico più studiato del secolo: un organismo che non avrebbe dovuto sopravvivere alla prima notte in terapia intensiva e che invece ha corso una maratona planetaria. La contraddizione è solo apparente. Un cuore può battere a duecento pulsazioni al minuto anche dentro un corpo in necrosi avanzata, per un po’. Questo referto stabilirà cosa teneva in vita il paziente e cosa, nel frattempo, era già morto.
Il libro è vivo. Il romanzo è deceduto a pagina uno.
Analisi dei sistemi
Scheletro narrativo. Radiografia: 105 capitoli più epilogo, lunghezza media inferiore alle cinque pagine. Non è uno scheletro, è una colonna vertebrale fatta interamente di vertebre cervicali, ciascuna fratturata di proposito alla fine per costringere il lettore a girare pagina. Come ortopedia del consumo, è ingegneria ammirevole. Come anatomia narrativa, è una creatura che si regge in piedi solo finché continua a correre.
La struttura profonda è una caccia al tesoro a stazioni: enigma, soluzione, fuga, enigma. Il meccanismo causa-effetto regge finché non lo si osserva da vicino. A pagina 21 dell’edizione Mondadori, Jacques Saunière, con un proiettile nello stomaco e quindici minuti di vita, allestisce un percorso enigmistico che comprende un anagramma, un codice numerico, scritte in inchiostro invisibile e la propria disposizione a Uomo Vitruviano. Ho assistito a molte agonie da ferita addominale. Nessun morente compone anagrammi bilingui. Questa non è licenza poetica, è una frattura scomposta del patto di verosimiglianza, ed è la vertebra su cui poggia l’intero organismo.
Seconda lesione strutturale: il romanzo dipende da un antagonista, il Maestro, la cui identità viene occultata con il metodo più fraudolento del repertorio, la reticenza arbitraria del narratore onnisciente, che entra nella testa di tutti i personaggi tranne che nel punto esatto in cui la trama crollerebbe. Non è un colpo di scena, è un tumore benigno mascherato da organo vitale. Terza lesione: l’intera architettura teologico-storica, Priorato di Sion, discendenza merovingia, Maria Maddalena, poggia su documenti che la realtà aveva già archiviato come falsi decenni prima della stesura. Non giudico il paziente per le sue convinzioni, i cadaveri hanno diritto alle loro superstizioni. Lo giudico per la dicitura “FATTI” in epigrafe, pagina 9: un referto contraffatto allegato alla cartella clinica.
Epidermide stilistica. Qui il bisturi incontra il tessuto più compromesso. La prosa di Brown presenta lesioni cutanee diffuse e croniche. Prima riga del prologo: “Il famoso curatore Jacques Saunière”. Famoso. Il narratore che certifica la fama del personaggio invece di mostrarla è un’epidermide che si autodiagnostica, sintomo inequivocabile di decomposizione stilistica. Poche pagine dopo, capitolo 1, Robert Langdon si osserva allo specchio e il testo ci informa che assomiglia a “Harrison Ford in tweed Harris”. Un protagonista che si descrive tramite casting cinematografico riflesso è un caso da manuale: la pelle del romanzo che sogna già di essere pellicola.
Il derma espositivo è il problema sistemico: i personaggi non conversano, si tengono conferenze a vicenda. Ogni dialogo è una flebo di informazioni somministrata al lettore attraverso il braccio di un personaggio che quelle informazioni dovrebbe già conoscerle. “Come lei saprà, professore” è la sutura ricorrente, e cede ogni volta. Devo tuttavia firmare un mezzo riconoscimento, e lo firmo come si firma un referto, senza piacere. Questa prosa è funzionale alla propria patologia. Frasi brevi, lessico anestetizzato, zero attrito: una pelle sintetica, brutta ma impermeabile, che non oppone alcuna resistenza alla velocità di lettura. Non è scrittura, è aerodinamica. Funziona. Come funziona il polietilene.
Patologia emotiva. Quadro clinico dei principali organismi coinvolti.
Robert Langdon. Diagnosi: sindrome del contenitore vuoto. Il paziente non possiede desideri, ferite, contraddizioni o vita interiore misurabile. È un dispositivo di decodifica con claustrofobia installata come unico tratto umano, capitolo 4, e mai più rilevante dopo l’uso. Encefalogramma emotivo: piatto per 105 capitoli.
Sophie Neveu. Diagnosi: atrofia funzionale progressiva. Presentata come crittografa brillante della polizia francese, degenera entro cento pagine in apparato uditivo al servizio delle spiegazioni maschili. Il trauma fondante della sua biografia, la scena rituale osservata da ragazza, pagina 157 e dintorni, viene somministrato come carburante di trama e mai metabolizzato come esperienza. Necrosi del personaggio conclamata.
Silas. Diagnosi: unico tessuto parzialmente vivo del corpus. Il monaco albino autoflagellante è un grumo di dolore autentico intrappolato in un cliché da fumetto. Nei capitoli a lui dedicati si rileva l’unica attività emotiva spontanea del romanzo. Naturalmente il testo lo usa come spauracchio e lo smaltisce. Malpractice.
Leigh Teabing. Diagnosi: ipertrofia espositiva terminale. Non è un personaggio, è un’aula magna con l’artrite. I capitoli 55-62, il seminario sul Graal in poltrona, costituiscono la più lunga sospensione dell’azione mai spacciata per climax: il thriller si ferma, accende un proiettore e tiene lezione per sessanta pagine. Che Teabing si riveli poi ciò che si rivela sorprende quanto un arresto cardiaco in un paziente di 104 anni.
Meccanica temporale. Ecco l’organo che ha tenuto in vita tutto il resto. Il cuore di questo romanzo è un pacemaker industriale tarato su una sola frequenza: tachicardia perpetua. Capitoli brevi, tagli al momento del massimo sbilanciamento, azione compressa in ventiquattro ore. Il dispositivo è rozzo e visibile a occhio nudo, le cuciture si contano, ma pompa. Lo registro per onestà professionale: pochi organismi in letteratura commerciale presentano una simile efficienza sistolica.
Le aritmie però sono gravi. Ogni enigma risolto produce un’embolia espositiva: la corsa si blocca, un personaggio spiega, la corsa riprende. Il blocco Teabing, già citato, è un infarto esteso della sezione mediana a cui il paziente sopravvive solo per assuefazione del lettore al ritmo precedente. E l’epilogo, Langdon inginocchiato sotto la piramide del Louvre, è una fibrillazione mistica che il romanzo non si è guadagnato: si chiede commozione a un encefalogramma che è rimasto piatto per cinquecento pagine.
Verdetto finale
Il quadro clinico è raro e istruttivo: un apparato cardiocircolatorio di efficienza eccezionale installato in un corpo privo di sistema nervoso, con epidermide sintetica, scheletro fratturato ad arte e organi interni sostituiti da dispense universitarie. Il Codice Da Vinci non è un romanzo mal riuscito, è un macchinario perfettamente riuscito che di romanzesco conserva solo l’imballaggio. Ottanta milioni di lettori non certificano la salute del paziente, certificano l’efficacia del pacemaker. Il cuore batte ancora. Non c’è mai stato nessuno in casa.
Vera Vex ha sezionato questo romanzo. Le prove sono conservate alle pagine 9, 21 e nei capitoli 55-62 dell'edizione Mondadori, numerazione approssimativa e dipendente dalla ristampa. Sul tavolo rimane un pacemaker ancora funzionante. Nessuno ha reclamato il corpo.
