L’assassino ha una calligrafia perfetta

Autopsia narrativa

Diagnosi preliminare. Il soggetto arriva sul tavolo con una reputazione ingombrante: capolavoro per metà del mondo, corpo del reato per l’altra metà. Entrambe le fazioni commettono lo stesso errore, guardano la copertina invece del tessuto. Io apro. E quello che trovo è un caso raro nella mia pratica: un romanzo che confessa un crimine usando la confessione stessa come arma del delitto. Humbert Humbert non racconta una storia. Occulta un cadavere, quello dell’infanzia di Dolores Haze, sotto trecentonovanta pagine di prosa impeccabile. Il lettore distratto ammira la calligrafia. Il perito legge cosa c’è scritto.

Anticipo l’epicrisi: il paziente è vivo. Ma è vivo nel modo in cui è vivo un parassita, nutrendosi della vittima che descrive.


Analisi dei sistemi

Scheletro narrativo. L’ossatura è a doppia camera, e regge. La cornice esterna, la prefazione fittizia di John Ray Jr. (pp. 5-8), funziona da teca ossea: ci informa prima ancora di cominciare che il narratore è morto in cella e che la ragazza è morta di parto. Nabokov ci consegna il decesso in apertura, come si consegna una salma, e trasforma tutto ciò che segue da suspense in perizia. Non leggiamo per sapere come va a finire. Leggiamo per stabilire le cause.

La colonna vertebrale interna è la confessione di Humbert, e qui la coerenza causa-effetto è di una precisione che raramente rilevo: ogni vertebra si articola con la successiva. L’incontro con Charlotte Haze produce il matrimonio di convenienza, il matrimonio produce l’incidente provvidenziale (p. 128, e si noti con quanta cura Humbert insinui di non averlo causato, che è il modo più efficace di farci sospettare il contrario), l’incidente produce il possesso. Nessuna frattura, nessuna lussazione. L’unico punto di fragilità ossea è Clare Quilty, il doppio, che per due terzi del romanzo esiste solo come ombra ai margini delle radiografie: chi legge senza matita rischia di non vederlo fino all’esumazione finale (p. 366 e seguenti). Non è un difetto. È un osso deliberatamente nascosto nella carne. Ma va registrato che il meccanismo del doppelgänger, alla riesumazione, mostra un’usura da modello letterario già molto frequentato.

Epidermide stilistica. Qui devo firmare quello che va firmato. Questa è la pelle più perfetta che abbia mai avuto sotto la lama, e proprio per questo la più sospetta.

La prosa di Nabokov, fin dal celebre attacco (p. 9), è un tessuto senza cicatrici visibili: allitterazioni, giochi trilingui, parodie incastonate, una densità figurativa che in qualunque altro soggetto diagnosticherei come ipertrofia. Qui no. Qui l’eccesso è funzionale, perché lo stile non appartiene a Nabokov, appartiene a Humbert, ed è il suo strumento di anestesia. Ogni metafora splendida è una garza posata sugli occhi del lettore. L’uomo ci sta descrivendo la distruzione sistematica di una dodicenne e noi, se non stiamo attenti, sorridiamo per un bisticcio di parole.

Questa è l’operazione più sofisticata del romanzo: la bellezza come complice. La pelle luminosa che copre la sepsi. Chi accusa il libro di estetizzare l’orrore ha ragione sui sintomi e torto sulla diagnosi: l’estetizzazione non è il difetto del testo, è il suo oggetto di studio. Nabokov ci mostra, in vitro, come funziona la seduzione di un predatore. E ci lascia addosso il disagio di esserci cascati.

Patologia emotiva. Humbert Humbert. Quadro clinico da manuale: narcisismo maligno con struttura pedofilica, razionalizzata attraverso un apparato pseudo-letterario (la mitologia delle “ninfette”) che il paziente ha costruito come protesi morale. La sua patologia più interessante non è il desiderio, è il sistema immunitario retorico che lo difende: autoironia preventiva, erudizione come diversivo, appelli alla giuria. Solo nelle ultime sezioni la protesi cede: la scena in cui ode le voci dei bambini e registra l’assenza di quella di Dolores dal coro (p. 378) è l’unico momento in cui il paziente formula, tardivamente, una diagnosi corretta su se stesso. Troppo tardi per la terapia. Non per la perizia.

Dolores Haze. Ed è qui che il romanzo compie il suo gesto più crudele e più lucido: la vera protagonista è clinicamente assente. La vediamo solo attraverso il vetro deformante della narrazione di Humbert, che la chiama con un nome che non è il suo. Ma Nabokov lascia trapelare i dati oggettivi come ecchimosi sotto il fondotinta: il pianto notturno, ogni notte (p. 226), i piccoli ricatti economici, la fuga. Dolores è una bambina in ostaggio che sviluppa le strategie di sopravvivenza di una bambina in ostaggio. Il lettore che la trova “manipolatrice” ha appena firmato il referto sbagliato, e ha detto di sé più di quanto volesse.

Charlotte Haze. Diagnosi rapida: bovarismo di provincia con complicanze da solitudine. Personaggio sacrificabile e sacrificato, ma osservo che Nabokov le concede, nella lettera d’amore (p. 88), un’improvvisa dignità del dolore che Humbert deride e la pagina no.

Clare Quilty. Più funzione che organismo: è il tumore speculare, Humbert senza la maschera della raffinatezza. La sua esecuzione (pp. 366-374) è volutamente grottesca, una farsa che nega al narratore persino la catarsi della vendetta tragica.

Meccanica temporale. Il battito è irregolare, e va detto senza indulgenza. La prima parte procede in tachicardia controllata: pulsazioni brevi, capitoli come sistole, nessun tempo morto. La seconda parte presenta invece un’aritmia documentabile: il primo anno di viaggio attraverso i motel d’America (pp. 190-250 circa) dilata il tempo fino alla bradicardia. So che la difesa sosterrà che la monotonia è mimetica, che il lettore deve sentire la coazione a ripetere del rapimento itinerante. Accolgo l’argomento a metà: la funzione è chiara, il dosaggio è eccessivo. Trenta pagine avrebbero prodotto lo stesso effetto clinico di sessanta. Qui il chirurgo Nabokov ha lasciato dentro qualcosa che andava asportato.

Il finale, in compenso, recupera il ritmo con una fibrillazione ascendente: la caccia a Quilty, l’ultimo incontro con una Dolores diciassettenne, incinta e definitivamente fuori portata (p. 322 e seguenti), e la chiusa sull’unica immortalità che Humbert può offrirle, quella della pagina (p. 395). Il cuore si ferma esattamente dove deve fermarsi.


Verdetto finale

Il quadro clinico è quello di un organismo di eccezionale complessità, affetto da una sola insufficienza documentata, la dilatazione della seconda parte, e da una condizione strutturale che non è malattia ma natura: questo romanzo funziona soltanto se il lettore accetta di fare il perito, non il complice. Letto senza matita, è un veleno elegante. Letto con la matita, è uno dei più precisi studi mai condotti sul modo in cui il male si racconta per assolversi. Il paziente vive. Ma vive come vivono certi organismi da laboratorio: perché qualcuno, ogni volta, deve avere il coraggio di guardarlo senza anestesia.


Vera Vex ha sezionato questo romanzo.
Le prove sono nelle pagine che Humbert vorrebbe farvi leggere in fretta: il pianto notturno a pagina 226 pesa più di tutte le sue allitterazioni. Sul tavolo rimane il corpo di Dolores Haze, l'unica autopsia che il narratore non ha mai avuto il permesso di eseguire.