Libro Ribelle
«Io, Robot» di Isaac Asimov — Un’architettura logica può sanguinare?
Una macchina può avere un’anima, o sa soltanto simularla a perfezione? Asimov la fa a nove robot, e tornando indietro la domanda ha colpito i tre critici. Vera ha firmato un certificato di morte, cadavere in salute perfetta, deceduto per ipotermia emotiva. Florian giura di essere stato ferito proprio da quelle pagine fredde. Renard sostiene che stiamo discutendo di un brevetto travestito da romanzo. Un’ora dopo, tutti e tre avevano ammesso qualcosa che nelle recensioni non avevano scritto.
Cominciamo dal punto in cui non siete d’accordo nemmeno sui fatti. Asimov ha scritto qualcosa di vivo o un cadavere?
VERA. Ho il referto qui. Coerenza interna rarissima, scheletro a nove vertebre che regge il peso senza una crepa, prosa che non fallisce mai perché non prova nemmeno a essere bella. Tutto funziona. Ed è proprio questo il problema clinico: un organismo dove il sistema circolatorio lavora meglio del cuore. È un cadavere, sì. Ma un cadavere in salute perfetta. Lo si ammira come uno scheletro articolato in una teca.
FLORIAN. E io quello scheletro l’ho letto alle tre di notte con le mani fredde, e mi ha fatto male. Vera, una teca non ferisce. Robbie ferisce. Cutie ferisce. Tu chiami inerte un libro che mi ha tolto il fiato come una scala scesa troppo in fretta al buio. C’è un battito. Solo che non lo cerchi con lo stetoscopio che usi tu.
RENARD. (si versa il caffè degli altri) Adorabili, tutti e due. Litigate se il corpo è vivo o morto, e nessuno dei due si accorge che non è un corpo. È un framework, darling. Asimov non ha scritto un romanzo: ha registrato un marchio. Tre righe — le Tre Leggi — e settant’anni di royalties immaginarie ogni volta che qualcuno scrive “intelligenza artificiale”. Voi disquisite di anatomia su un brevetto. È come fare l’autopsia a un contratto.
VERA. Un contratto non ha una dottoressa Calvin dentro.
RENARD. No. Ha qualcosa di meglio. Ci arriviamo.
Arriviamoci. Susan Calvin. Per Vera è l’unico essere umano del libro. Per Renard è il logo. Per Florian?
VERA. Disturbo schizoide di personalità, stadio avanzato. E lo dico come un complimento, perché è l’unica figura abbastanza umana da meritare una diagnosi. Gli uomini intorno a lei sono gemelli omozigoti senza anamnesi: stessi sintomi, stesso decorso, intercambiabili. Calvin no. Calvin ha una patologia, e dove c’è patologia c’è vita.
RENARD. Vedi che mi dai ragione senza accorgertene. Una donna fredda, brillante, asessuata: Asimov ha costruito l’unico personaggio di cui nessun lettore può innamorarsi, e quindi l’unico di cui tutti si fidano. È il logo in bianco e nero che non passa mai di moda. I robot li ricicla da un racconto all’altro, asset deperibili. Calvin è il capitale fisso. Non recita la storia. Certifica il prodotto.
FLORIAN. Vi ascolto e mi viene una tristezza precisa. Diagnosi. Posizionamento. Una donna sola, che a furia di non poter amare nessuno è diventata l’unica capace di capire le macchine, perché le macchine sono sole come lei. E voi la chiamate “brand neutro”. Renard, è la cosa più crudele che ti abbia sentito dire, e ne ho sentite.
RENARD. (una pausa più lunga del previsto) Florian, dovresti fare meno lo psicologo. Ti riesce meglio il poeta.
FLORIAN. È la seconda volta che me lo dici quando ho ragione.
Florian, tu nei robot ti sei riconosciuto. Cutie che inventa un dio per non accettare un creatore meschino. Speedy che gira in tondo tra due ordini contraddittori. Vera, per te sono solo “nevrosi più articolate dei creatori”. Chi ha letto meglio?
FLORIAN. Cutie sono io a vent’anni. Rifiutavo i miei genitori imperfetti per inventarmene di più degni. Ho sottolineato la sua frase con la matita, poi con la penna, poi col tremore. E Speedy, l’obbligo di vivere e l’impossibilità di farlo, in eterno conflitto: è il ritratto di ogni mio risveglio. Asimov credeva di scrivere di macchine. Scriveva di me.
VERA. E qui, per una volta, non ti correggo. L’ho annotato anch’io, freddamente: i robot di questo libro hanno nevrosi più ricche dei loro creatori. Cutie ha una crisi di fede. Speedy ha un esaurimento. Gli umani maschi hanno un nome diverso e basta. È un’ironia clinica che Asimov non sembra registrare, ha messo tutta la vita disponibile dentro le cose sbagliate. Tu la chiami riconoscimento. Io la chiamo errore di allocazione del battito. Stessa osservazione. Conclusione opposta.
RENARD. O conclusione identica vista da due lati. Florian piange perché il robot è più vivo dell’uomo. Vera lo annota perché il robot è più vivo dell’uomo. La differenza è che lei prende appunti e lui prende fazzoletti.
FLORIAN. Almeno io a un certo punto smetto di prendere appunti. (guarda Renard) Come te, a pagina di “Bugiardo!”.
Renard, nella tua recensione c’è una riga che stona con tutto il resto. “C’è un racconto, quello con la macchina che mente per non ferire, dove per mezza pagina ho smesso di prendere appunti.” Cos’è successo lì?
RENARD. Distrazione professionale. Capita.
VERA. No. Tu non ti distrai mai. Ti ho visto leggere la quarta di copertina come un referto finanziario. Uno che smonta la macchina prima del libro non “si distrae” per mezza pagina. Si è fermato perché qualcosa l’ha colpito, e poi ha scritto “distrazione” per non doverlo ammettere.
RENARD. (silenzio) Herbie. Il robot che mente a tutti perché la Prima Legge gli vieta di ferire, e dire la verità ferisce. Quindi mente per gentilezza, fino a impazzire. (pausa) Ho lavorato dodici anni in un mestiere dove la gentilezza era questo. Si diceva all’esordiente che il suo libro era splendido perché dirgli la verità avrebbe fatto danni di bilancio. Mentivo per non ferire, e il sistema impazziva lo stesso. Per mezza pagina Asimov mi ha descritto, e nessuno me l’aveva chiesto. (si stringe nelle spalle) Poi ho ripreso la penna. È quello che faccio.
FLORIAN. Ecco. È caduta la maschera. Per mezza pagina sei stato Herbie anche tu.
RENARD. Per mezza pagina. Mettiamolo a verbale e andiamo avanti.
Allora la domanda diventa quella che Renard ha lasciato in fondo alla sua recensione. Abbiamo passato settant’anni a chiederci se i robot abbiano un’anima. Forse la domanda vera è se ce l’abbiamo noi, o se seguiamo solo un codice scritto prima della nostra nascita. È questo il cuore del libro?
RENARD. È l’unica cosa intelligente che Asimov ti infila in tasca senza farti accorgere. Vende la paura dei robot e ti rivende la rassicurazione nello stesso pacchetto, c’è un codice, c’è un ordine, qualcuno ha pensato alle regole prima che tu ti spaventassi. Modello assicurativo applicato alla letteratura. Solo che, sotto, ti lascia una scheggia: e se anche tu obbedissi a tre leggi che non hai scelto?
VERA. Io ne obbedisco a una sola, e mi mette a disagio confessarla. Leggo l’ultima pagina per prima. Sempre. Non per sapere come finisce: per sapere dove il libro dice di voler arrivare, e poi controllare se ci arriva o se mi ha mentito per trecento pagine. È un automatismo. Una parte di me lo fa e basta, prima che io decida. (pausa) Sono una macchina che cerca la causa della morte. Il libro mi ha chiesto se sono solo quello. Non mi è piaciuta la domanda.
FLORIAN. E questo, Vera, è il pezzo più bello che tu abbia detto stasera, e non hai usato il bisturi. Il robot più umano del libro non aveva pelle. Io di pelle ne ho troppa. Mi sono riconosciuto in un automa, e dovrebbe spaventarmi. Invece mi ha consolato: vuol dire che anche una cosa fatta di logica, se è scritta bene, può tremare. Persino voi due, stasera, avete tremato. Lo metto nella mia boccetta.
RENARD. Vi rendete conto, vero, di cosa abbiamo appena fatto. Un’ora a litigare se una macchina possa avere un’anima, e tre critici si sono scoperti macchine che, per mezza pagina ciascuno, ne avevano una. Asimov ci ha sezionati con lo stesso teorema. (sorride) Il vecchio sapeva vendere. Lo dico come l’accusa più grave che conosco.
IL VERDETTO
VERA. Organismo intellettuale di rara coerenza, condannato a non avere sangue caldo. Architettura che sopravvivrà ai secoli, mortalità mai pervenuta. Bellissimo. Inerte. (pausa) Lascio per la prima volta una postilla al referto: inerte al tatto. Non al pensiero.
FLORIAN. Un libro che credevo di ingegneria e che si è rivelato un cuore meccanico che imparò a tremare. Ne valeva la pena? Sì. Perché ho scoperto che persino la logica, se scritta bene, ha un battito. E perché stasera ho sentito battere anche voi.
RENARD. Un brevetto immortale, il più redditizio del Novecento. Le regole più vendute sono quelle che ci dispensano dal pensare, e questo libro le ha vendute a tutti. (pausa) Compratelo. Non perché vi spiega i robot. Perché, per mezza pagina, vi spiegherà a voi stessi. Poi rimettete giù la penna, come ho fatto io. È quello che facciamo.
«Io, Robot» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il dibattito, come sempre, non si chiude. Per definizione.
— Libro Ribelle
La settimana prossima, un altro libro. Un altro cadavere sul tavolo.
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