Il paziente che ha abolito l’anatomia

Autopsia narrativa

Diagnosi preliminare. Un caso che scardina il protocollo. Carroll ha consegnato alla sala settoria un organismo la cui malattia dichiarata è il rifiuto programmatico della logica, e qui si annida il paradosso del verbale: non posso imputare incoerenza a un corpo che ha eletto l’incoerenza a sistema circolatorio. Registro un’anomalia senza precedenti nel mio archivio: il guasto coincide con la funzione. La lama, per una volta, incide nel vuoto su prescrizione dell’autore stesso.


Analisi dei sistemi

Scheletro narrativo. L’impalcatura, a rigor di radiografia, non esiste. Al posto della colonna, una successione di cartilagini oniriche: precipiti nel cunicolo, ti dilati, ti contrai, incontri, dimentichi. Ogni capitolo è una vertebra fluttuante, sconnessa dalla precedente, e in qualsiasi altro romanzo questo produrrebbe un collasso immediato dell’intera architettura. In Carroll è prescrizione medica: il sogno ignora il rapporto causa-effetto, e l’autore lo sa con la lucidità di chi scioglie di proposito le proprie giunture. Anti-architettura riuscita. Evento raro, da annotare in cartella.

Superficie epiteliale. Un derma di elasticità fuori scala. Qui firmo il riconoscimento, controvoglia ma senza riserve: Carroll manipola la lingua come un ricostruttore plastico manipola il lembo cutaneo. Calembour, ambiguità calcolate, nonsense a dosaggio controllato che regge a ogni rilettura come una sutura ben tirata. I dialoghi con il Brucaliffo, lo Stregatto e il Cappellaio sono cute ipersensibile, reattiva al minimo sfioramento verbale. La prosa non descrive: deforma con metodo, e la deformità è impeccabile. Materiale di prima scelta, da manuale di istologia.

Patologia emotiva. Un intero padiglione psichiatrico lasciato senza sorveglianza. Il Cappellaio: quadro psicotico cronicizzato, fissato in un tea-time perpetuo. Lo Stregatto: dissociazione con sorriso residuo, presenza che si volatilizza a comando. La Regina di Cuori: narcisismo maligno con discontrollo degli impulsi capitali, “Tagliategli la testa” come unico riflesso condizionato. E Alice, la sola mente integra del reparto, osservatrice lucida immersa nel delirio altrui, ruolo che riconosco perché è il mio, su questo piano d’acciaio. I personaggi non sono persone: sono sintomi in movimento, e la loro coreografia è eseguita in modo magistrale.

Meccanica temporale. Il tracciato cardiaco non mostra alcun ritmo classificabile, perché il tempo stesso, in questo organismo, è l’organo malato. Il tè segna eternamente le sei. Le scene si avvicendano con la cadenza sconnessa del materiale onirico: dilatazioni improvvise, cesure secche, ritorni che nessun orologio autorizzerebbe. È l’unico caso della mia carriera in cui la fibrillazione non è un difetto della pompa ma la lettura corretta del paziente.


Verdetto finale

Un organismo che ha trasformato la propria malattia in principio vitale, e per questo sfugge a ogni condanna clinica ordinaria. Carroll non ha sbagliato l’anatomia: l’ha soppressa con premeditazione, e la soppressione regge da oltre un secolo di riscontri. Lo lascio intatto sul piano operatorio, perché aprirlo con la logica equivarrebbe a misurare un sogno con il calibro. Sorrido, ed è il secondo sorriso che queste sei sedute mi strappano. Stavolta, non per un errore.


Vera Vex ha sezionato questo romanzo. O meglio: ci ha provato. Sul piano resta un corpo che rifiuta di stare fermo, e una lama che, per la prima volta, ammette di essere il ferro sbagliato.