Libro Ribelle
«Il Mago di Oz» di L. Frank Baum — Si può recensire un libro che ti dà ragione su tutto?
Seduta di domenica. Paziente: una fiaba che tutti credono di conoscere. Diagnosi di Vera, guarito alla nascita, i desideri dei personaggi esistono già prima della cura che dovrebbe procurarli. Rilievo di Florian, lungo la strada di mattoni gialli ha incontrato tre compagni e tre proprie voragini. Osservazione di Renard, non un libro ma una mappa, l’evasione venduta come prodotto e un mondo disegnato per espandersi. Il verbale si incrina in un punto solo: Baum dice ai suoi personaggi esattamente quello che i tre si sono detti litigando, ciò che cercate altrove ce l’avete già addosso. Alla fine della seduta nessuno era tornato in Kansas.
Cominciamo dal cuore del libro, su cui per una volta concordate tutti: ciò che i personaggi cercano lo possiedono già. Vera lo chiama malformazione, Renard genialata, Florian rivelazione. Stessa osservazione, tre verdetti opposti. Chi ha letto meglio?
VERA. Ho il referto. Vizio causale macroscopico: lo Spaventapasseri escogita il piano più astuto del libro mentre reclama un cervello. Il desiderio precede la cura che dovrebbe procurarlo. In medicina si chiama anamnesi falsata, il paziente lamenta un sintomo che non ha. Diagnosi: malformazione congenita. Perdonata solo per imputabilità ridotta: è una fiaba, il pubblico originario non era chiamato a sezionarla.
RENARD. (si versa il caffè degli altri due) Vera, adorabile. Tu chiami “difetto logico” quello che è il colpo di marketing più redditizio della storia editoriale. Baum vende la merce a margine infinito: la rassicurazione che ciò che cerchi è già dentro di te. Costo di produzione zero. Quattordici sequel costruiti su una sola frase: “il prodotto eri tu”. Non è una frattura dello scheletro, darling. È un brevetto.
FLORIAN. E mentre voi misurate la lesione e contate le royalties, io a pagina cento ho smesso di respirare. Perché quella “malformazione”, Vera, quel “brevetto”, Renard, è la cosa più vera che abbia letto quest’anno. Cerchiamo fuori ciò che ci trafigge dentro. Lo facciamo tutti. Lo state facendo voi due, adesso, in questo momento: uno cerca la prova che il libro è morto, l’altro cerca il listino prezzi. Nessuno dei due vuole ammettere di averlo già letto col cuore.
VERA. Io non leggo col cuore. Lo studio.
FLORIAN. Lo so. È la cosa più triste che tu dica, e la dici ogni domenica.
Restiamo sul Mago. Il ciarlatano dietro la tenda. Per Florian è ogni autorità che ha temuto. Per Renard è un collega. Per Vera?
VERA. Un espediente. Funzionale, prevedibile, smontato troppo presto perché possa pesare. Sul tavolo non lascia tessuto: è cartone dipinto di verde.
RENARD. Qui ti fermo. (posa la tazza) Quel piccolo uomo del Nebraska, atterrato per caso in un mondo che non capiva, che si finge onnipotente perché è l’unico modo che conosce per sopravvivere, quello non è cartone. Quello l’ho letto come un referto su di me. Ho passato dodici anni dietro una tenda a gonfiare reputazioni con effetti speciali, terrorizzando un regno con un potere che non avevo. Baum mi ha descritto in mezza pagina, e non gli avevo chiesto niente.
FLORIAN. Ecco. È caduta.
RENARD. Non è caduta niente. Ho riconosciuto un buon pezzo di scrittura tecnica.
FLORIAN. Renard, ti sei guardato allo specchio “più a lungo del necessario”. L’hai scritto tu, nella recensione. Non l’ho inventato io.
RENARD. (silenzio. gira il cucchiaino in un caffè senza zucchero) L’ho scritto perché era vero. Confonderai sempre l’onestà con la confessione, tu.
FLORIAN. Sono la stessa cosa. Me l’hai insegnato tu, una volta.
RENARD. (si schiarisce la voce) Allora insegnavo male. Andiamo avanti.
Vera, tu chiami i quattro protagonisti “allegorie con le gambe”, diagnosi semplici perché i pazienti sono schemi. Florian invece in ognuno di loro si riconosce, uno per uno. È possibile che abbiate letto lo stesso libro?
VERA. Schizoide lo Spaventapasseri non lo è. È ipocondria cognitiva: intelligente, convinto di non esserlo. Il Boscaiolo: depersonalizzazione affettiva, piange chiedendo il cuore che già lo paralizza. Il Leone: ansia generalizzata travestita da vigliaccheria. Dorothy: l’unica sana, e quindi la meno interessante sul tavolo. Sono sintomi che camminano. Diagnosi pulite. Non c’è profondità da scavare perché non c’è sottosuolo.
FLORIAN. Il Boscaiolo che piange e arrugginisce mentre crede di non avere cuore, Vera, è il mio autoritratto. Piango così tanto che temo di arrugginirmi a ogni recensione. Tu lo chiami “paradosso conclamato”. Io lo chiamo martedì. (pausa) Ho conservato una scaglia di limatura in una bustina, l’ho etichettata “Il cuore del Boscaiolo, 16:40”. Ridete pure.
RENARD. Non rido. (una pausa più lunga del previsto) Tengo prime edizioni che non leggerò mai allineate su uno scaffale per lo stesso motivo. Ognuno tiene una bustina, Florian. Solo che tu la etichetti e io fingo sia un investimento.
VERA. (piano) Io leggo l’ultima pagina per prima. Sempre. Prima ancora di aprire il corpo. (si interrompe) Non era previsto che lo dicessi stasera.
FLORIAN. Tre bustine al tavolo. Lo metto a verbale.
Allora arriviamo alla domanda che il libro vi tende come una trappola. “Non c’è posto come casa.” Dorothy torna, e potrebbe essere stato tutto un sogno. Florian, tu scrivi che questo ti lacera. Vale la pena andare a Oz se poi devi tornare nel grigio?
FLORIAN. Io rispondo sì, ma con la voce rotta. Perché a Oz non vorrei tornare mai. È la ferita che resta: che la trasformazione più bella possa essere cancellata da un risveglio. Forse è questo che facciamo qui ogni domenica, andiamo a Oz dentro un libro, e poi il lunedì torna il Kansas.
RENARD. Sentimentale fino all’osso. (ma non si appoggia allo schienale come al solito) Eppure, sul piano del mestiere, Baum è cinico esattamente quanto me: ti vende l’evasione, il prodotto più antico del mondo, e poi ti rispedisce a casa dicendoti che il potere era nelle tue scarpe da sempre. Ti fa pagare il biglietto per dirti che non ti serviva partire. È sublime. È anche, se ci pensi, una piccola crudeltà.
VERA. È la diagnosi che non volevo firmare. (pausa) “Guarito alla nascita.” L’ho scritto come un’accusa al libro, possiedono già ciò che cercano, dunque la trama è inutile. Ma stasera mi accorgo che è anche una diagnosi su di noi. Veniamo a questo tavolo ogni domenica a cercare nei libri qualcosa, io il rigore, Florian la ferita, Renard il trucco. (si interrompe) E ce l’avevamo già in tasca partendo. Non mi piace questa domanda.
FLORIAN. È la seconda volta, Vera, che dici la cosa più bella della serata e ti scusi subito dopo.
RENARD. Vi rendete conto di cosa abbiamo appena fatto, vero. (rimette giù la penna) Un’ora a litigare su una favola per bambini che tutti e tre dichiaravamo di aver liquidato, Vera come inerte, io come operazione di marketing, Florian come sorbetto leggero. E ognuno di noi, per mezza pagina, ha confessato di portarsi addosso esattamente la stessa cosa che il libro raccontava. Il vecchio Baum ci ha venduto l’evasione e ci ha rispedito a casa più nudi di prima. (sorride con metà bocca) Lo dico come l’accusa più grave che conosco: sapeva vendere.
IL VERDETTO
VERA. Organismo semplice, congenitamente illogico, perfettamente adatto all’età per cui è nato e inerte per chiunque altro. Lo si sotterra senza rimpianti e senza disprezzo. (pausa) Postilla al referto, per la seconda volta in tre settimane: inerte sul tavolo. Non in chi lo legge.
FLORIAN. Una strada gialla che porta sempre a casa, tranne per chi a casa non sa più dove sia. Ne valeva la pena? Sì, con la voce rotta. Perché mi ha insegnato che cerchiamo fuori ciò che ci trafigge dentro, e stasera l’ho visto trafiggere anche voi due, che giurate di non avere ferite.
RENARD. Il modello di business più redditizio mai travestito da fiaba: ti fa pagare per dirti che non ti serviva comprare nulla. Compratelo. Non per i bambini a cui lo leggerete. Per il piccolo uomo spaventato dietro la tenda, in cui, se siete onesti, vi riconoscerete anche voi. (rialza la penna come se niente fosse) Poi rimettete giù tutto e tornate al Kansas. È quello che facciamo.
«Il Mago di Oz» è in catalogo. Le tre recensioni complete si leggono nelle pagine di Vera Vex, Florian Fleur e Renard Laine. Il dibattito, come sempre, non si chiude. Per definizione.
— Libro Ribelle
La settimana prossima, un altro libro. Un altro cadavere sul tavolo.
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