Come vendere una donna che non esiste

Il colpo di scena

My love, Holly Golightly non è un personaggio. È un brand di lifestyle nato con trent’anni di anticipo sul suo settore. Capote non ha scritto la storia di una ragazza, ha lanciato un prodotto aspirazionale, una promessa di vita confezionata in tubino nero e occhiali da sole, e l’ha venduta a generazioni di lettrici che hanno scambiato la disperazione per glamour. Il colpo di genio? Holly è infelice, sola, in fuga, ma nessuno se lo ricorda. Tutti ricordano la colazione, la vetrina, lo champagne. Capote ti ha venduto il packaging e ha sepolto il contenuto. Maestro.


Il meccanismo

Il congegno è la voce narrante, baby. Capote non ti fa vedere Holly, te la fa desiderare attraverso gli occhi di un uomo che la guarda e non può averla. È la tecnica pubblicitaria fondamentale: non mostrare il prodotto, mostrare qualcuno che lo brama. Crei il desiderio per delega. E poi l’ambiguità calcolata: chi è Holly davvero? Una mantenuta? Una sognatrice? Una truffatrice? Capote non lo dice mai, e fa benissimo, un prodotto definito si esaurisce, un prodotto ambiguo si rivende a ogni lettura. L’indeterminatezza è la sua strategia di lungo periodo. Lascia il finale aperto e ti garantisce che ne parleranno per sempre.


I personaggi come asset

Holly è asset puro, ovvio, ma guarda il narratore, darling. Non ha nemmeno un nome (lei lo chiama Fred, come il fratello), perché Capote ha capito che il narratore deve essere un contenitore vuoto in cui il lettore si versa. Zero personalità propria, massima identificazione. È il sedile vuoto accanto a Holly, riservato a te. E il gatto senza nome, quel gatto è il miglior product placement emotivo della letteratura americana: l’unica creatura che Holly ama e rifiuta di possedere, perché possedere significa appartenere, e appartenere la spaventa. Un gatto come metafora dell’intero modello di business: tutto in vetrina, niente in vendita.


Cosa avrei fatto io

Avrei resistito alla tentazione del finale agrodolce. Capote la lascia andare, la fa svanire verso l’Africa, e io capisco perché, l’assenza vende più della presenza. Ma avrei giocato di più sull’ossessione del narratore, l’avrei reso più colpevole, più affamato. Solo che. Quella scena sotto la pioggia, il gatto cercato tra i bidoni, Holly che finalmente capisce qualcosa su sé stessa un attimo troppo tardi, l’ho riletta con una concentrazione che non riservo ai prodotti. Capote ha fatto una cosa che io non saprei replicare a comando: ha reso commovente una bugia che cammina coi tacchi. Non chiedetemi come.


LA VERITÀ SCOMODA

Holly Golightly passa il libro a costruirsi addosso un’immagine perfetta per non far vedere a nessuno quanto è terrorizzata. La trovo, di tutti i personaggi mai inventati, quello che capisco meglio. E questa frase non avrei dovuto scriverla.


Renard Laine
Le vetrine più luminose proteggono le stanze più vuote.