Libro Ribelle
Come vendere ottanta milioni di eresie in copertina rigida
Il colpo di scena
My love, ti hanno raccontato che Il Codice da Vinci è un thriller. Ti hanno mentito, e Dan Brown ringrazia. Questo non è un thriller, è un corso di formazione aziendale travestito da caccia al tesoro. Ogni capitolo dura tre pagine, ogni tre pagine c’è una rivelazione, ogni rivelazione ti fa sentire più intelligente di quanto tu sia. Il lettore non compra una storia, compra un’esperienza di auto-promozione intellettuale a 19,90. E quando nel 2003 Doubleday lo mise in libreria, il mercato capì all’istante: non stava vendendo un libro, stava vendendo la sensazione di aver capito un segreto che il Vaticano nascondeva da duemila anni. Darling, non esiste target emotivo più redditizio dell’uomo medio convinto di essere l’unico sveglio nella stanza.
Il meccanismo
Smontiamolo, questo congegno, perché è un capolavoro di ingegneria commerciale. Brown aveva già pubblicato tre romanzi, tutti flop dignitosi, incluso Angeli e Demoni, che vendicchiava senza entusiasmo. Poi qualcuno, e sospetto fosse la voce del marketing dentro la sua testa, gli suggerì la formula perfetta: prendi un’istituzione che tutti conoscono e nessuno può querelare per intero, la Chiesa, aggiungi un brand artistico con riconoscibilità globale, Leonardo, e incolla il tutto su una struttura da videogioco, un enigma ogni dieci minuti di lettura.
Il trucco centrale è la pagina uno, quella parola stampata prima del prologo: “Fatti”. Brown dichiara che documenti, riti e descrizioni sono accurati. È la mossa di posizionamento narrativo più spregiudicata del decennio, perché sposta il libro dallo scaffale “intrattenimento” allo scaffale mentale “rivelazione”. Il lettore non sta più leggendo, sta indagando. Risultato: oltre ottanta milioni di copie nel mondo, un film con Tom Hanks da settecentosessanta milioni di dollari, un franchise, e persino una causa per plagio dagli autori di Il Santo Graal, che Brown vinse pure quella, incassando pubblicità gratuita a livelli che nessun ufficio stampa potrebbe mai comprare. Quando il Vaticano lo condannò ufficialmente, immagino Doubleday che stappava champagne. La condanna ecclesiastica, baby, è l’unico endorsement che non devi pagare.
I personaggi come asset
Robert Langdon non è un personaggio, è una piattaforma. Un professore di Harvard abbastanza colto da spiegare tutto e abbastanza vuoto da non intralciare mai la trama con una personalità. È il narratore-cerniera perfetto: il lettore ci si infila dentro come in un cappotto in saldo. Asset riutilizzabile all’infinito, infatti Brown lo ha riutilizzato quattro volte.
Sophie Neveu è il segmento pubblico femminile, crittologa brillante che passa quattrocento pagine a farsi spiegare le cose. Funzione reale: giustificare i monologhi didattici di Langdon e, colpo di genio contabile, rivelarsi erede del sangue di Cristo. Non è un personaggio, è un’estensione di brand con pedigree divino. Silas, il monaco albino assassino, è il packaging. Serve alla copertina mentale del lettore, l’immagine che racconterai agli amici. E Teabing, il cui nome è l’anagramma di Baigent, uno degli autori che poi lo trascinarono in tribunale, è la nota a piè di pagina più costosa della storia editoriale: Brown ha nascosto la sua bibliografia dentro un personaggio, e la bibliografia lo ha querelato.
Cosa avrei fatto io
Io, my love, avrei fatto una sola cosa diversa: avrei rallentato l’uscita dei seguiti. Brown e i suoi editori hanno munto il fenomeno con una fretta che ha eroso il capitale simbolico del marchio Langdon, ogni sequel valeva meno del precedente, come fotocopie di fotocopie. Il segreto scarseggiato vale, il segreto in abbonamento annoia.
E avrei tagliato metà delle spiegazioni. Sì, lo so, le spiegazioni sono il prodotto. Ma c’è un punto, verso il capitolo in cui Sophie ricorda il nonno e la casa in Normandia, in cui il libro smette per qualche pagina di venderti segreti e prova a raccontarti una famiglia spezzata da una verità taciuta. Dura poco, Brown si spaventa e torna di corsa agli anagrammi. Io quella pagina l’ho riletta due volte, per motivi puramente professionali, ovviamente: volevo capire perché un autore rinunci proprio al materiale che non si può fotocopiare.
LA VERITÀ SCOMODA
Ho passato dodici anni a guardare editori inseguire “il nuovo Codice da Vinci”, e nessuno lo ha trovato, perché tutti copiavano il congegno e nessuno capiva la fame. Brown non ha venduto ottanta milioni di enigmi. Ha venduto ottanta milioni di permessi di dubitare a gente cresciuta senza il permesso di fare domande. Il libro è mediocre. Il bisogno a cui risponde non lo è affatto.
— Renard Laine
I segreti non si custodiscono, si distribuiscono. Con il giusto prezzo di copertina.
